Fondi Ue 2021-2027, monito da imprese, enti e banche: Concentrare le risorse su pochi obiettivi

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I Fondi europei non bastano, e non perché sono pochi ma perché sono soli, non sorretti cioè da un’adeguata politica ordinaria di sviluppo territoriale, e peggio dispersi nel raggiungimento di mille obiettivi. Serve un cambio di passo e al tavolo di Pietrarsa il 6 dicembre scorso, in occasione del secondo confronto di giornata proposto dalla Fondazione Ifel Campania, lo dicono un po’ tutti, esponenti del mondo imprenditoriale, rappresentanti del settore bancario, esperti del settore.

“E’ impossibile parlare della nuova programmazione non parlando di capacity building, di efficacia o efficienza della spesa” sottolinea Davide D’Arcangelo, Founder e Direttore Generale di Prometeo, una società di consulenza specializzata nell’assistenza manageriale su progetti innovativi da realizzare attraverso l’utilizzo di fondi europei e risorse private. Uno di questi si sta concretizzando in provincia di Trento dove grazie ad un’operazione di project financing nascerà un nuovo ospedale.

“Il Pil intorno alle città – dice D’Arcangelo – è uno dei motori su cui la commissione ha scelto di investire; e questo non significa solo smart city e nuove tecnologie” ma anche riqualificazione urbana e gestione immobiliare, settori in cui diverse esigenze e diversi approcci possono combinarsi bene insieme. “Non voglio dire che il partenariato pubblico privato sia la panacea di tutti i mali – precisa – ma è evidente che una maturazione da parte del paese e una capacity building diffusa nell’utilizzo di questi strumenti potrebbero essere la molla per l’accelerazione dei programmi di spesa”.

A dimostrazione di questo, il numero uno di Prometeo pone un semplice dato: un ospedale con un’operazione di partenariato pubblico privato viene realizzato mediamente in 3 anni e mezzo, senza in 9. Dovrebbe bastare questo a far propendere per un uso più frequente di tale strumento. Eppure ci sono ancora tentennamenti e ostacoli. Ecco perché occorre far crescere “in operatori del mercato e pubblica amministrazione la capacità di avviare e gestire in maniera competente tali operazioni” superando anche quella “diffidenza” che troppo spesso D’Arcangelo dice di aver incontrato sulla sua strada.

“In tanti casi – sottolinea – le risorse pubbliche con dinamiche più efficaci potrebbero essere accorpate a finanziamenti privati. Un esempio? Gli edifici scolastici: a differenza di quanto accade oggi con enti locali costretti a procedere per priorità, l’utilizzo di strumenti come il PPP assicurerebbe interventi sulla maggior parte dei plessi a favore della comunità, oltre che logiche di rendimento remunerative per i privati. Tutto questo non passa solo attraverso la nuova programmazione ma anche per una diversa politica industriale del Paese”.

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Guarda l’intervista a D’Arcangelo a margine del convegno di Pietrarsa

Di partenariato pubblico privato parla anche Basilio Lo Re, Amministratore Delegato di Cresme, altra società di consulenza e assistenza tecnica con esperienze di successo in operazioni di impegno pubblico-privato. Lo fa portando alla discussione un elemento in più: “Il PPP – dice – oltre ad essere uno strumento per incrementare risorse può rappresentare anche una modalità efficacissima per spingere avanti l’innovazione”.

Oggi amministrazioni pubbliche e nuove tecnologie viaggiano a velocità diverse. “Non sempre le prime riescono a seguire le seconde” ma tutte e due “possono incontrarsi alla perfezione nel partenariato pubblico privato”.

E infatti negli ultimi 15 anni l’utilizzo di tale strumento “è cresciuto in maniera esponenziale: dalle 322 gare indette in Italia nel 2002 alle 3.297 del 2017, un aumento del 924%, dieci volte superiore”.

E anche in termini relativi è aumentato il peso delle gare di PPP: dal 4 al 33% sul totale delle opere pubbliche. “In pratica lo scorso anno un terzo di queste è stato indetto tramite il sistema del partenariato pubblico privato” dice Lo Re mettendo l’accento sul termine ‘indetto’. Il discorso infatti cambia quando si ragiona di aggiudicazioni. In questo caso si osserva che sono arrivate a buon fine poche gare (il 26%) anche se di importi piuttosto elevati (il 70% del totale monitorato). I dati portano l’esperto di Cresme ad individuare nei Comuni, gli enti che di solito indicono le gare di minor valore economico, il punto debole. Il problema? C’è “diffidenza” come detto anche da D’Arcangelo ma anche scarsa “competenza”.

E’ chiaro, sottolinea Lo Re, che il privato nel fare un investimento si muove secondo logiche diverse rispetto a quelle di un ente pubblico. Il punto d’incontro però c’è e risiede “nella capacità di definire performance, indicatori di controllo e sistemi di monitoraggio per valutare gli effettivi risultati raggiunti”. La nuova frontiera del PPP, conclude il rappresentante CRESME, potrebbe essere quella dell’Energy Community, nuovo concetto legato al settore dell’efficienza energetica. Si tratta di “una modalità ancora più avanzata di fare partenariato pubblico privato nel quale, oltre all’accordo finanziario su un determinato progetto, si definisce un intervento complessivo d’area in base al quale i privati sulle proprie pertinenze e il pubblico investono insieme secondo una strategia comune”.

A sostenere questi e altri investimenti ci sono le banche con specifici piani finanziari. Uno di questi è il “Prestito Investimenti Fondi Europei” di Cassa Depositi e Prestiti, di cui parla Antonio Mancini, responsabile relazioni e sviluppo commerciale Enti Pubblici Sud Italia di Cdp. “Il prodotto nasce nel 2015 per dare la possibilità agli enti locali, a fronte di un minimo impegno finanziario, di cominciare ad appaltare, spendere fondi da poter rendicontare alle Regioni e quindi accelerare la spesa”. Si tratta di un prestito, precisa Mancini, che “si sposa perfettamente con le esigenze di quegli enti che hanno fondi europei già definiti al 100% ma non la liquidità sufficiente per avviare celermente le opere. E’ il caso, per esempio, di quelli della strategia nazionale per le aree interne o di Agenda urbana”.

Il rappresentante Cdp ammette anche che questo strumento, pur essendo stato concepito per sostenere il Mezzogiorno, è stato finora poco utilizzato dagli enti del Sud. Ma c’è una spiegazione: “E’ mancata a monte la progettazione. Con l’esaurimento del parco progetti del periodo 2007-2013 occorrevano nuove risorse per progettare” ma nelle casse comunali non c’erano. Una soluzione a questo problema, il funzionario di Cdp la ritrova nel Fondo Rotativo per la Progettualità, “utilizzabile per tutte le tipologie di investimenti, quindi non solo quelle coerente con i fondi europei, e soprattutto senza oneri finanziari a carico degli enti locali, visto che a pagare gli interessi è lo Stato”.

Un uso combinato dei due strumenti, spiega Mancini, mette in moto un ciclo virtuoso nel quale i Comuni riescono a finanziare la fase di progettazione, ottenere la liquidità necessaria per anticipare risorse alle imprese, rendicontare alla Regione e restituire le somme senza penali di estinzione anticipata. Il tutto col risultato finale di un’accelerazione della spesa dei fondi comunitari.

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Di finanza legata alla politica di coesione parla anche Andrea Kirschen, funzionario della Banca Europea per gli Investimenti. I prodotti che Bei può mettere a disposizione, dice, “sono principalmente di tre categorie: prestiti, abbinamento di risorse Bei con altre del bilancio Ue e consulenza”.

I vantaggi di questi strumenti finanziari, spiega, sono molteplici. Innanzitutto “si passa dall’utilizzo di risorse a fondo perduto a un sistema revolving che permette di finanziare alcuni investimenti e di alimentare, con la restituzione dei prestiti, programmazioni successive. C’è poi un effetto leva: il fatto di avere la Bei come gestore permette infatti di attrarre capitali di terzi o di altri investitori. Senza considerare infine che si tratta di finanziamenti che grazie all’intervento di Bei possono avere scadenze molto più ampie rispetto a quelle che il mercato bancario consentirebbe e di assumere rischi che forse il settore bancario non è pronto ad sostenere”.

In questo modo nel Mezzogiorno sono stati finanziati circa 5 miliardi di investimenti. “Tra le operazioni più importanti – conclude Kirschen – ci sono l’iniziativa Pmi con un fondo di circa 200 milioni messo a disposizione dal Mise per le regioni del Sud, il Fondo di garanzia multiregionale per l’Agricoltura e poi il Programma Jaspers con alcuni interventi di successo anche in Campania, come quelli sulla Mostra d’Oltremare o su infrastrutture portuali a Napoli e Salerno”.

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Guarda l’intervista a Kirschen a margine del convegno di Pietrarsa

Insomma, il mondo bancario è pronto a sostenere istituzioni e imprese in vista dell’avvio del nuovo ciclo 2021-2027. Ma proprio dal mondo imprenditoriale giunge un messaggio chiaro: “Occorre fare presto” dice Massimo Sabatini, della Direzione Politiche regionali e della coesione territoriale di Confindustria, riferendosi all’attività di programmazione.

“La politica di coesione, a differenza di qualsiasi altra politica pubblica, ha nella trasparenza una sua caratteristica essenziale che può essere delizia ma anche croce, soprattutto quando i risultati mettono a nudo problematiche”. E quello che è venuto fuori in questi anni di spesa comunitaria è lampante: “Troppa frammentazione non tanto rispetto al numero di progetti, quanto a quello degli obiettivi”. Raggiungerli tutti è impossibile perché si hanno a disposizione risorse che non sono infinite: “Ciascuno intervento così è in grado di affrontare solo un pezzetto del problema”.

Qui entra in gioco il concetto di concentrazione che l’esponente di Confindustria traduce in questi termini: “Occorre scegliere un obiettivo e dotarsi delle risorse necessarie per centrarlo, una cosa che forse non è stata mai fatta”.

Sabatini utilizza i numeri del rapporto di valutazione ex post della politica 2007-13 per spiegare meglio la sua idea. “In questo periodo hanno ricevuto finanziamento 50.000 imprese, 6.300 progetti di ricerca, lavori di realizzazione su 730 chilometri di reti Ten-T ferroviarie, opere di ristrutturazione su 1.000 chilometri di ferrovia. Eppure, se il nostro obiettivo era ridurre i tempi di percorrenza di un treno da un punto a un punto b, non possiamo dire di averlo raggiunto o comunque non possiamo dire di averlo fatto in maniera tale da aver reso percepibile l’intervento della politica di coesione”.

Non a caso “per l’Eurobarometro, l’Italia, che è il secondo paese beneficiario dei fondi strutturali, è anche quello in cui è più bassa la percezione da parte dei cittadini dei risultati della politica di coesione”.

Dunque le parole chiave sono efficacia, concentrazione, qualità. “Si tratta di pianificare, di capire per ciascun tema se sia chiaro l’obiettivo che si vuole raggiungere, il tipo di intervento che si vuole realizzare, indipendentemente dal fatto che questo venga progettato di volta in volta e scelto. Ma è una pianificazione che va fatta adesso”, con due anni di anticipo e soprattutto guardando “alle esigenze dei beneficiari degli interventi stessi”.

Guarda l’intervista a Sabatini a margine del convegno di Pietrarsa

Di “solitudine della politica di coesione” parla Luca Bianchi, direttore dello Svimez, che sottolinea “l’assenza ormai da vent’anni di una politica nazionale volta al riequilibrio territoriale”. In uno scenario in cui anche la “straordinaria trasparenza” diventa un “boomerang” che mette in evidenza i difetti del nostro Paese, il vero problema è che troppo spesso, “invece di nuove progettazioni, si cerca solo di rendicontare”. E’ un po’ “come se a mio figlio che attende il regalo di Natale mettessi sotto l’albero qualcosa che gli ho comprato durante l’anno e lo andassi poi a rendicontare a Babbo Natale. Quest’ultimo sarebbe contento, mio figlio molto meno”. Insomma, “dobbiamo capire se l’obiettivo delle politiche di sviluppo è far contento Babbo Natale o far contento il bambino che deve ricevere il regalo”.

Guarda l’intervista a Bianchi a margine del convegno di Pietrarsa

Il tema è ripreso e ampliato da Carlo Borgomeo, Presidente della Fondazione CON IL SUD, secondo cui il vero problema è quella “politica che disegna grandi scenari di sviluppo a Bruxelles ma poi scompare. Anche i Pon scritti dai ministeri finiscono per essere delle risposte a questionari centrali. Per la serie ‘faccio quello che tu ti aspetti’. In definitiva c’è stata e c’è un’eccessiva arroganza dell’offerta che ha sviluppato uno skill professionale di progettisti bravi a intercettare il testo, molto meno a disegnare politiche di sviluppo”.

Di qui la provocazione: “Dovremmo prendere atto che, se non avviamo un’azione forte di discontinuità programmatoria, i prossimi anni saranno uguali a quelli precedenti o forse peggio”. Cosa fare? “Le Regioni meridionali, avendo due anni di anticipo, farebbero bene a costruire un progetto che valga l’80% della dotazione di ogni singolo obiettivo strategico, uno per la ricerca, un altro per la mobilità e così via”. E’ l’unico modo per evitare che si ripetano “cascate e cascatelle che sicuramente non porteranno a risultati diversi dai precedenti. Si può fare? – si chiede, e conclude, Borgomeo – Non lo so ma io dico: proviamoci”.

Guarda l’intervista a Borgomeo a margine del convegno di Pietrarsa

 

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