di Annapaola Voto
“Non bastano i trattati. Serve, seguendo Mann e Balzac, viverla – l’Europa – come una narrazione etica: raccontarla così significa anche attraversarne i conflitti, non negarli. Abitare le contraddizioni, non eluderle. Ricordare le ferite, non occultarle.” Così scrive Padre Antonio Spadaro, già direttore de La Civiltà Cattolica, in un recente e denso editoriale su la Repubblica, dedicato all’idea d’Europa in questo nostro tempo fragile, scosso da guerre ai confini, crisi climatiche, transizioni incalzanti e spinte identitarie che minano le fondamenta della convivenza.
Il suo richiamo è potente. Perché l’Europa, oggi più che mai, ha bisogno di essere pensata non solo come una costruzione istituzionale o un’arena economica, ma come uno spazio morale e culturale. Un luogo in cui – come nello spirito di Messina del 1955, che fu il preludio al Trattato di Roma – le differenze non vengano appiattite, ma armonizzate. Non nella rimozione del conflitto, ma nella capacità di attraversarlo insieme, mettendo al centro la dignità umana e il bene comune.
Questa visione, tuttavia, si confronta oggi con nuove sfide. La programmazione europea 2021–2027 ha dovuto rivedere alcune delle sue priorità a causa del mutato contesto geopolitico. Per la prima volta, una quota rilevante del bilancio europeo è stata orientata al rafforzamento delle capacità di difesa e al riarmo dei Paesi membri. Una scelta inevitabile, forse, ma che ci impone di riflettere: cosa diventa l’Europa se cede alla sola logica securitaria? Come evitare che la solidarietà venga marginalizzata da una nuova corsa agli armamenti?
In questo scenario, il ruolo delle istituzioni pubbliche – e in particolare delle amministrazioni – torna centrale. L’Europa continua a rappresentare un volano imprescindibile per la coesione territoriale, l’innovazione amministrativa e la capacità dello Stato di rispondere ai bisogni dei cittadini. I fondi strutturali e il PNRR (che della programmazione europea è una declinazione emergenziale e strategica) sono strumenti che, se ben governati, possono rafforzare la capacità amministrativa, promuovere la transizione digitale e verde, e ridurre i divari – territoriali, sociali, generazionali.
In questo senso, l’Europa non è un’entità distante, ma un’infrastruttura quotidiana. È presente nei Comuni che digitalizzano i servizi, nelle scuole che si dotano di laboratori tecnologici, nei progetti di rigenerazione urbana, nelle strategie di economia circolare. Ma per evitare che questa presenza si riduca a un mero flusso finanziario, è necessario un salto di qualità culturale: formare una nuova generazione di funzionari pubblici capaci non solo di gestire bandi e rendicontazioni, ma di interpretare le politiche europee come strumenti di trasformazione sociale.
Inoltre, la governance multilivello – uno dei pilastri del modello europeo – impone una collaborazione sempre più stretta tra livelli istituzionali. Dalla Commissione europea fino al più piccolo ente locale, si gioca una partita che riguarda la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. E in questo, la trasparenza, la partecipazione e la capacità di dare conto dei risultati sono elementi imprescindibili.
Tornando a Spadaro, l’Europa deve essere “raccontata” in modo diverso. Non come un insieme di regolamenti da subire, ma come un progetto collettivo da costruire giorno per giorno, nelle scuole, nei municipi, nei centri per l’impiego, nelle aziende pubbliche. Una narrazione etica, appunto, che sappia tenere insieme sicurezza e solidarietà, competitività e giustizia sociale, rigore e compassione.
In un tempo in cui il rischio della disgregazione è reale – sia sotto forma di euroscetticismo, sia di apatia civica – l’Europa resta l’unico spazio politico capace di dare senso alle sfide globali dentro i confini della democrazia. Ma perché questo accada, non basta il linguaggio delle direttive. Serve quello della speranza. E serve una pubblica amministrazione che ne sia veicolo e garante.


