Cultura Linguistica, “Positivo” ovvero quando il Covid cambia le...

Linguistica, “Positivo” ovvero quando il Covid cambia le parole

di Luisa di Valvasone*

La domanda è: la realtà influenza il linguaggio o è il linguaggio che modella la realtà? Semplificando estremamente la questione potremmo rispondere: entrambe. E adesso, che stiamo per lasciarci alle spalle un anno che, nei libri di storia, sarà ricordato come “l’anno del coronavirus”, possiamo chiederci quanto la Covid-19 abbia influenzato il nostro lessico quotidiano e quanto invece il linguaggio legato alla pandemia abbia influito sulla percezione dei parlanti.
Un dato è certo e significativo: la vitalità dei vari e multiformi dibattiti linguistici dell’ultimo anno legati alla pandemia. Ad esempio, già a marzo, scrittori, giornalisti, linguisti hanno portato all’attenzione del pubblico il massiccio ricorso, da parte dei media e delle istituzioni, a una retorica bellica in riferimento alla pandemia e alle misure messe in atto per ridurre il contagio. Il virus è diventato il Nemico invisibile per eccellenza, gli ospedali si sono trasformati in trincee; medici, infermieri e operatori sanitari hanno ben presto ricoperto il ruolo di eroi-soldati, impegnati a combattere in prima linea, armati di coraggio e DPI (Dispositivi di Protezione Individuale). Noi altri invece ci ritrovavamo in fila indiana, ben distanziati, davanti ai supermercati, o chiusi in casa ad aspettare che il bollettino delle 18 della Protezione Civile ci aggiornasse sui dati. Per non parlare degli approvvigionamenti di mascherine. Alcuni, non senza valide ragioni, hanno assai criticato quest’uso del linguaggio bellico. Eppure, almeno in un primo momento, la percezione di trovarsi nel bel mezzo di una battaglia ha probabilmente aiutato tutti noi a capire e ad affrontare l’emergenza e la gravità della situazione. La metafora della guerra ha forse reso più semplice accettare le limitazioni alla nostra libertà personale e ci ha convinti, responsabilizzandoci, che le azioni dei singoli, di tutti i singoli, fossero fondamentali per vincere lo scontro. Un’inconscia strategia comunicativa che sembrerebbe aver funzionato (almeno fino all’estate, ma questa è un’altra, complessa, storia).
Naturalmente, più evidente, e dunque dibattuto, è l’impatto che la pandemia ha avuto sulla nostra lingua, particolarmente sul lessico. Negli ultimi mesi infatti il vocabolario comune dei parlanti italiani si è arricchito di parole, nuove o risemantizzate (ovvero che hanno assunto nuovi significati), molte delle quali, non a caso, sono giunte direttamente dall’ambito medico, epidemiologico, sanitario. Quanti di noi, prima della pandemia, impiegavano quotidianamente nei loro discorsi termini come triage, indice di contagio, DPI, paziente zero, quarantena, focolaio epidemico, o ancor più semplicemente pandemia?
Neanche questa volta, poi, ci siamo fatti mancare in Italia l’ondata di anglismi non adattati. In cima alla classifica troviamo droplet e lockdown, quest’ultima eletta parola dell’anno dal dizionario Collins. L’appello dei linguisti, a cominciare dal presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, sull’opportunità di trovare e impiegare traducenti italiani (perché non goccioline per droplet, o confinamento per lockdown come è avvenuto in Francia e Spagna?) è stato in verità ascoltato e rilanciato in più occasioni. Ma la tempistica, nelle questioni di lingua, è fondamentale. Per i primi mesi stampa e televisione si sono riempite, per ovvie ragioni, di anglismi, che in breve tempo abbiamo imparato a riconoscere, capire e dunque a usare; inizialmente potevano sembrarci strani ed estranei, ma in poco tempo si sono acclimatati e oggi li associamo a un significato comune e ben preciso. Ci saremmo aspettati, da parte dei mezzi di comunicazione italiani, una maggior attenzione all’aspetto linguistico? Può darsi. La situazione di emergenza internazionale rende comprensibili le cause di tale disattenzione, ma non la giustifica.
Potremmo ancora citare, tra le questioni linguistiche legate alla pandemia, le critiche alla locuzione distanziamento sociale, i dubbi riguardo al genere di Covid-19 (riferendosi alla malattia dovrebbe essere femminile, ma è entrato nell’uso, ormai prevalente, come maschile) e la confusione sulla giusta terminologia da impiegare per il virus (propriamente Sars-Cov-2, che è un tipo di coronavirus) e per l’infezione (Covid-19).
Un discorso a parte meriterebbero le parole che si sono imposte per nominare le nuove forme di lavoro e di studio, da smartworking a didattica a distanza. E ancora molto si potrebbe aggiungere per proseguire in questo superficiale elenco di mutamenti linguistici collegati alla pandemia, ma è un’operazione rischiosa, perché le questioni linguistiche raccolte qui in poche e frettolose righe sono tutt’altro che superficiali e meritano tempi e spazi adeguati.
Perciò concludo con una questione assai più faceta che seria. Spopola la battuta ammiccante «Siamo positivi!», gioco di parole fondato sulla doppia valenza della parola positivo, da una parte come atteggiamento ottimista e dall’altra come risultato, ad esempio, di un test sierologico. Se a qualcuno è parso, come ho letto, che si trattasse di una nuova accezione della parola positivo, segnalo che il significato medico di ‘responso diagnostico che conferma il sospetto formulato’ (Treccani) esiste da lungo tempo nell’italiano, basti pensare al termine sieropositivo. Dunque non si tratta di un nuovo significato, semmai di una prova di quanto nell’ultimo anno la parola in questione si sia diffusa e sia penetrata nella nostra quotidianità, tanto da dare vita a (discutibili) ironie.

*Consulente linguistica Accademia della Crusca

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