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Se “nulla sarà come prima” perché la PA non dovrebbe cambiare?

di Luca Bianchi* e Carmelo Petraglia**

“La pubblica amministrazione deve migliorare nella qualità e nei tempi dei servizi offerti, potenziando le capacità tecniche delle amministrazioni centrali e locali, puntando in particolare ad assicurare tempestivamente il pieno rispetto delle regole […]. Il più elevato turnover atteso nei prossimi anni rende possibile l’ingresso di nuove risorse con un bagaglio di competenze più aggiornate. Il disegno di piani di assunzioni di medio-lungo periodo con concorsi da svolgere con cadenza regolare consentirebbe di selezionare su più coorti i giovani più competenti e motivati”.

Con queste parole Fabrizio Balassone, Capo del Servizio Struttura economica della Banca d’Italia, ha indicato nel rafforzamento della Pubblica Amministrazione una linea prioritaria di intervento con la quale accompagnare la programmazione delle risorse del Recovery Fund: la semplificazione delle procedure e i processi di digitalizzazione nelle Amministrazioni Pubbliche devono procedere di pari passo con l’immissione di giovani tecnici competenti e motivati per allinearne le competenze dello Stato e degli enti locali ai nuovi bisogni di imprese e famiglie (Commissione V della Camera dei Deputati – Bilancio, Tesoro e Programmazione – Audizione nell’ambito dell’attività conoscitiva preliminare ai fini dell’individuazione delle priorità nell’utilizzo del Recovery Fund, 7 settembre 2020).

Per la verità la sotto-dotazione di personale qualificato pesava sull’efficacia dell’azione pubblica ben prima che la pandemia portasse alla luce le debolezze di una macchina amministrativa indebolita che da anni non riesce più a stare al passo di un settore produttivo e di una società in continuo mutamento. Le debolezze mostrate dalla sanità pubblica, le carenze tecnologiche del sistema dell’istruzione, per citare gli ambiti nei quali più evidenti sono stati i limiti della risposta all’emergenza, sono solo la punta dell’iceberg di un apparato pubblico da rafforzare strutturalmente nella ripartenza post-pandemia.

Negli ultimi decenni la nostra PA, a tutti i livelli di governo, è stata progressivamente depauperata di risorse umane e finanziarie, con dipendenti sempre più vecchi a causa dei reiterati blocchi del turn over, e deresponsabilizzati dalla crescente tendenza ad esternalizzare funzioni essenziali delle politiche pubbliche.

La rigenerazione del settore pubblico viene oggi posta da molti, con l’autorevole endorsement della Banca d’Italia, come condizione essenziale per dare corpo all’enorme azione di accelerazione della spesa che richiederà l’attuazione del PNRR. Eppure la consapevolezza che su questo fronte fosse necessario agire montava già prima della pandemia. Ed è significativo che “da Sud” venisse posto il tema quando era meno popolare di oggi parlare non solo della “qualità” ma anche della “quantità” degli organici nel settore pubblico. Perché è dove sono più pressanti i bisogni insoddisfatti dalle politiche pubbliche che maggiormente se ne avvertono le inefficienze. Prima il “Piano per il Lavoro” della Regione Campania, poi il programma di “Rigenerazione Ammnistrativa” previsto dal Piano Sud 2030 che oggi trova una prima attuazione con il reclutamento di 2.800 giovani tecnici per rafforzare la capacità amministrativa degli enti locali del Mezzogiorno, avevano anticipato l’attenzione su un tema che oggi torna nel dibattito sotto l’urgenza di spendere bene e in fretta le nuove risorse europee. Due iniziative alle quali non sono state risparmiate le feroci critiche liberal che tradizionalmente accompagnano gli annunci di nuovi concorsi pubblici nel nostro Paese rispolverando il vecchio refrain “più impiego pubblico–assistenzialismo”.

L’impiego pubblico ha certo rappresentato un potente strumento di costruzione del consenso negli anni ‘80, una sorta di datore di lavoro di ultima istanza in un Paese che attraversava un profondo processo di ristrutturazione produttiva. In quegli anni, per usare le parole di Marcello De Cecco, “entravano nel mercato del lavoro le classi dei giovani nati al tempo del boom demografico: respinti dal settore industriale, che espelleva manodopera, a questi giovani si decise di dar lavoro creando posti nella Pubblica Amministrazione e nei sevizi pubblici”. Gli occupati nelle Amministrazioni Pubbliche in Italia erano circa 3,3 milioni nel 1980. Sono saliti a 3,8 nel 1992, l’anno di picco. Una prima forte contrazione li ha portati a circa 3,6 milioni nel 1999, e una seconda, dalla metà degli anni 2000, li ha riportati ai livelli del 1980 (Rizzica, Pubblico impiego oltre la Pandemia, www.lavoce.info, 20 novembre 2020). A risentirne sono state soprattutto le Amministrazioni più vicine ai cittadini e alle imprese che nel frattempo venivano sovraccaricate di competenze per la fornitura dei servizi e di responsabilità di spesa da una politica di coesione sempre più sostitutiva di una politica ordinaria sempre più in disarmo: secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato tra il 2010 e il 2019 oltre 100.000 occupati (-20%) nel comparto delle Amministrazioni locali delle regioni ordinarie, oltre 70.000 dei quali nei Comuni.

Ancora i dati della Ragioneria Generale dello Stato relativi all’occupazione nel comparto “funzioni locali” (che comprende gli occupati in Regioni, Città Metropolitane, Province e Comuni) smentiscono l’ipotesi di un Mezzogiorno complessivamente caratterizzato da un numero di dipendenti pubblici superiore al resto del Paese. Se infatti confrontiamo i dati sugli addetti nella PA al netto delle regioni a statuto speciale – che presentano in entrambe le aree del Paese un incidenza di addetti sulla popolazione assai più alta (anche per effetto delle maggiori competenze) – in media le regioni ordinarie del Sud hanno un numero di addetti per 1000 abitanti negli enti locali pari a 6,1 contro un valore medio di 7,3 nel Centro-Nord. Va inoltre rilevato che tra il 2010 e il 2019, all’interno di una dinamica complessiva di marcata riduzione dell’occupazione (-15%), il calo ha interessato soprattutto gli enti locali del Sud (-27% nelle regioni a statuto ordinario rispetto al -18,6% del Nord). In questi 10 anni si è perciò ampliato significativamente il gap ai danni degli enti locali che invece sono chiamati a spendere una quota crescente di risorse aggiuntive europee.

Abbiamo dunque assistito nel corso degli ultimi decenni ad un processo di depauperamento della pubblica amministrazione locale che seppur comune all’intero Paese soprattutto nell’ultimo decennio ha assunto dimensioni più rilevanti nelle regioni del Mezzogiorno, incidendo sulla capacità di erogare una domanda crescente di servizi essenziali alla cittadinanza e di attuare le politiche di sviluppo. Tema che assume una rilevanza ancora maggiore oggi che il Paese è chiamato alla difficile sfida della ricostruzione post-pandemia. Un processo di rinascita che passa soprattutto dalla capacità delle sue Amministrazioni di utilizzare al meglio le ingenti risorse per investimenti nel rispetto del mandato della “nuova” Europa: ridurre le disuguaglianze territoriali nell’offerta di servizi per imprese e cittadini, riattivare gli investimenti pubblici e privati per alimentare una crescita giusta e inclusiva.

Una sfida che riguarda in primo luogo le regioni del Mezzogiorno dove i deficit di capacità amministrativa hanno condizionato pesantemente la velocità e l’efficienza della spesa dei fondi europei. Nei prossimi anni le possibilità di ripresa dell’economia saranno strettamente legate alla capacità di “mettere a terra” l’ingente quantità di risorse disponibili. Secondo stime della SVIMEZ, per raggiungere gli obiettivi di spesa dei fondi strutturali e del Piano italiano finanziato da Next Generation Ue la spesa in conto capitale dovrebbe raddoppiare nelle regioni meridionali, passando dagli attuali 10 miliardi annui a circa 20. Una occasione e una sfida che non può prescindere dall’inserimento nei quadri amministrativi, soprattutto dei Comuni, di profili tecnici in grado di seguire la progettazione e l’attuazione degli interventi. La Pubblica Amministrazione potrebbe anche tornare a rappresentare uno sbocco professionale per giovani più qualificati del Mezzogiorno, fascia del mercato del lavoro che nell’ultimo decennio ha subito pesantemente il processo di precarizzazione ed è stata spesso costretta o ad emigrare verso il Nord o ad accettare posti di lavoro dequalificati.

Oggi che il dibattito sul post-pandemia è monopolizzato dal “niente sarà come prima”, sarà il caso di guardare con uno sguardo nuovo anche al ruolo dalla PA, in maniera laica, senza ricorrere alle semplificazioni superate dagli eventi. Allargando l’azione del suo rafforzamento oltre le stringenti necessità dell’attuazione degli interventi del PNRR. Guardando al ruolo che deve svolgere nel complesso l’azione pubblica, dalla fornitura dei servizi essenziali, alla progettazione e all’esecuzione delle opere pubbliche, dall’intervento ordinario a quello aggiuntivo per lo sviluppo, con particolare riferimento ai livelli di governo più vicini ai cittadini.

*Direttore SVIMEZ e Presidente IFEL Campania **Professore Associato di Economia Politica all’Università degli Studi della Basilicata

 

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