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Da rivedere il riparto del fondo sanitario nazionale: a rischio l’equo trattamento dei cittadini

di Francesco Avati

La Regione Campania, costretta da 7 anni a lavorare con un ammanco annuale di 220 milioni di euro, ha aperto un contenzioso giudiziario presso il Tar del Lazio per invitare il Ministero della Salute ad uscire dall’immobilismo. Alla base del riparto oggi ci sono criteri fondati sull’età media della popolazione che avvantaggiano le regioni più “anziane” a discapito di quelle più “giovani”, come la Campania.

L’Assessore Cinque: “I criteri vanno modificati, occorre garantire eguali diritti su tutto il territorio nazionale”.

Ettore Cinque, Assessore al Bilancio e al Finanziamento del Servizio Sanitario Regionale della Regione Campania

Chi si è imbattuto in qualche discorso del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca lo avrà già sentito, chi lo segue con costanza nelle sue dirette social lo avrà addirittura imparato a memoria: “Nel riparto del Fondo sanitario ci vengono sottratti ogni anno 220 milioni di euro, la Campania è la regione che riceve meno risorse per ogni cittadino residente”. Il governatore ama ripeterlo spesso, quasi fosse un promemoria per tutto il Paese. Al superamento dei mesi più difficili della battaglia Covid, le sue parole hanno addirittura risuonato come il rafforzamento di una rivendicazione di vittoria: “Ce l’abbiamo fatta nonostante lo scippo…”.

Oggi la fase dell’emergenza può dirsi ormai alle spalle. Non così una situazione che, invece, rimane tristemente davanti agli occhi di tutti da anni, anche se non tutti, pare, abbiano voglia di guardare. Eppure, i dati sono inconfutabili. La Campania nel finanziamento della Sanità rimane sotto la media nazionale di 41 euro pro capite (secondo i dati del riparto dello scorso anno), 220 milioni in totale, per l’appunto.

Fondi che ora la Regione reclama a gran voce attraverso l’apertura di un contenzioso giudiziario presso il Tar del Lazio. La notizia è rimbalzata su tutti gli organi di informazione lo scorso 13 giugno.

È l’inizio di una lunga battaglia a colpi di carte bollate contro il Governo?

«No – precisa l’assessore regionale al Bilancio Ettore Cinque – innanzitutto perché la Campania non ha voluto fare una azione eversiva nei confronti di nessuno, né contro i ministeri, né contro la conferenza delle Regioni. L’obiettivo è solo quello di rendere chiaro a tutti che esiste una norma dello Stato e va rispettata, o meglio va applicata. E poi perché la questione potrebbe essere risolta dalla politica prima ancora che dal tribunale. Questo almeno è il nostro auspicio».

Assessore, ci faccia capire bene i termini della questione. Come nasce questa ingiustizia?

«Per capirlo bisogna andare un po’ indietro nel tempo, a quella normativa nazionale di cui parlavo prima, il decreto legislativo 68 del 2011 sul federalismo fiscale, che determinò il passaggio ai cosiddetti costi standard per il finanziamento dei servizi sanitari regionali».

Cosa diceva quella norma?

«Il legislatore stabilì che, in prima battuta e momentaneamente, il riparto delle risorse finanziarie da assegnare ogni anno alle Regioni dovesse essere fatto utilizzando i pesi dell’età anagrafica media della popolazione di ogni regione, secondo l’idea che una persona anziana consuma più risorse sanitarie di una persona giovane».

Quindi maggiori risorse alle più “anziane” Regioni del Nord, minori alla Campania e ad altre meridionali con popolazione più giovane?

«Esatto. Nella stessa normativa, però, il legislatore fissò anche un termine, quello dell’anno 2015, entro il quale il Ministero della Salute, di concerto con il Ministero dell’Economia, e d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni, avrebbe dovuto approvare un decreto per allargare i criteri di riparto con l’introduzione di altre importanti pesature».

Quali?

«Innanzitutto, il tasso di mortalità, che è chiaramente una spia dello stato di salute di un territorio, ma poi anche indicatori relativi a particolari situazioni territoriali ritenuti utili al fine di definire i bisogni sanitari delle regioni, in poche parole lo stato socioeconomico delle popolazioni. Perché è del tutto evidente che, come una persona più anziana consuma più risorse in sanità, anche una persona mediamente giovane ma che vive in un contesto deprivato, senza lavoro e istruzione, ha bisogno di più cure sanitarie avendo stili di vita non appropriati, assumendo cibi meno sani e così via. Infine, gli indicatori epidemiologici: esistono regioni o territori del nostro Paese in cui, per esempio, il diabete è più diffuso, altre in cui ci sono malattie endemiche. Tutti criteri questi, che, si badi bene, non sono del 2011 ma risalgono addirittura ad una legge precedente, la 662 del 23 dicembre 1996».

Perché non sono stati mai applicati e si è andati avanti solo con la pesatura anagrafica?

«Perché ogni anno, in seno alla Conferenza delle Regioni, la questione è stata rimandata un po’ per quieto vivere, un po’ per la necessità di giungere quanto prima al riparto dei fondi, un po’ per l’impegno (poi puntualmente disatteso) di modificare i criteri l’anno successivo».

Vincevano i cosiddetti accordi politici, insomma.

«Sì, a volte con la determinazione di risorse premiali che compensavano solo parzialmente il mancato adeguamento del riparto agli altri criteri. La cosa è andata avanti per tanto tempo, anche dopo il 2015, anno in cui secondo la legge il Ministero della Salute avrebbe dovuto approvare il famigerato decreto. Era quasi un obbligo, eppure oggi ci troviamo nella medesima situazione».

Tra le motivazioni che hanno portato alla proroga del vecchio sistema di riparto c’è anche la mancanza di dati relativi ai nuovi criteri da adottare. Giusto?

«Sì, ma questo giustifica solo in parte il tanto tempo trascorso. In questi anni abbiamo chiesto e ottenuto gruppi di lavoro, abbiamo svolto approfondimenti, abbiamo sentito esperti internazionali. Diciamo che probabilmente la sofisticazione del sistema di rilevazione dei dati a livello nazionale dei primi anni, tra il 2010 e il 2012, non era così affinata. Oggi però siamo in condizione di poter dimostrare, anche in sede giudiziaria, che i dati a disposizione per eseguire il dettato normativo ci sono tutti».

Per questo la Campania chiede che finalmente il Ministero faccia qualcosa.

«Un ulteriore rinvio non avrebbe più ragion di esistere. Anche per questa ragione credo che il Ministero sia orientato ora a produrre una bozza, uno schema di decreto».

Che troverà l’accordo tra le Regioni?

«Questo è sicuramente un punto su cui forse conviene prestare attenzione e soffermarsi un attimo. Perché è del tutto evidente che alcune Regioni, che per anni si sono avvantaggiate della mancata modifica dei criteri di riparto, difficilmente avranno interesse a dare la propria intesa in quella sede».

Sarà il voto in Conferenza delle Regioni ad affossare la speranza che qualcosa possa cambiare?

«Non è una questione di maggioranza o di minoranza. Il diritto alla salute di tutti i cittadini è qualcosa che vola più in alto di tutto questo e di certo non può essere barattato sull’altare di un voto di convenienza. Il Ministero, il Governo, diciamo l’Alta amministrazione di questo Stato, ha il dovere di prendersi in carico il problema principale, che è quello di garantire eguali diritti su tutto il territorio nazionale».

Sta dicendo che quel decreto potrebbe vedere la luce nonostante il mancato accordo tra Regioni?

«Proprio così. E abbiamo un episodio molto recente che lo dimostra, quello che riguarda la cosiddetta assistenza territoriale prevista dal PNRR con la realizzazione delle case della salute e degli ospedali di comunità».

Quello su cui la Campania in Conferenza Stato-Regioni ha negato l’intesa?

«Esatto. Su quello, non avendo ricevuto dal Governo chiarezza in merito alle risorse necessarie a garantire il funzionamento delle nuove strutture sanitarie, dicemmo no. E fummo l’unica regione a farlo anche se i dubbi, a dir la verità, erano ampiamente diffusi. Nonostante questo, il Ministero e il Governo approvarono ugualmente quel decreto ministeriale. E lo sa perché».

Perché?

«Per le stesse ragioni per le quali oggi chiediamo la modifica dei criteri di riparto del fondo sanitario. Ci sono diritti costituzionali, come quello al Diritto alla Salute, che vanno tutelati a prescindere da qualsiasi discussione di tipo politico. Ed è questo che chiediamo che il Governo abbia il coraggio di fare».

Nel ricorso al Tar chiedete anche, in caso di perdurante omissione da parte del Ministero, la nomina di un commissario ad acta o la remissione della questione alla Corte Costituzionale. Soluzioni di extrema ratio?

«Certo, mi auguro che non si arrivi a tanto. La stesura di una bozza di decreto ministeriale potrebbe essere un primo passo per la risoluzione della questione. Poi la palla passerà nelle mani delle Regioni e lì spero che ci sia da parte di tutti un atteggiamento responsabile nei confronti dei cittadini italiani nella loro interezza, lontano da campanilismi e da pregiudizi vari».

Come quelli che raccontano un Sud sprecone?

«Argomenti da rispedire al mittente. La gestione della Sanità in Regione Campania in questi ultimi anni ha dimostrato l’esatto contrario. Dal 2013 siamo in equilibrio economico strutturale, spendiamo esattamente quanto riceviamo come riparto. Il Covid l’abbiamo gestito con le risorse che ci hanno dato, senza andare in deficit. Cosa che invece hanno fatto altre regioni cosiddette virtuose».

Quanto tempo ci sarà da aspettare per scrivere la parola fine a questa situazione?

«Dipende dalla politica».

E dal Tar?

«Beh, non credo che lì si andrà alle calende greche. Però, tutto sommato, non vorrei essere nei panni del giudice amministrativo che si troverà davanti una questione di tal genere. Io penso che il ricorso alla giustizia potrà più che altro essere uno stimolo affinché una decisione, che è difficile e che sicuramente potrà essere un po’ indigesta ad alcuni, prima o poi venga presa».

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