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Facciamola a pezzi: la Scuola a scartamento differenziato delle Regioni

di Alessandro Coppola

Che cosa meravigliosa, che fatto straordinario, che idea mirabolante! Ogni regione – anche, e soprattutto, sulla scuola – da domani mattina pensa per sé. Ti svegli e, senza decreti attuativi né circolari esplicative né elaborazioni epistemologiche della bozza di disegno di Legge “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”, capisci, in sintesi, che ognuno va per conto suo e, tra cattedre, lim, banchi, alunni e programmi, fa da solo.

Finalmente ci siamo, dallo scorso 8 novembre è iscritto ai lavori parlamentari il piano di regionalizzazione della scuola italiana. Dalla idea orrida di una scuola distrutta, mortificata, minata nelle sue fondamenta a quella di riforme mai attuate, scivoliamo, tristemente, all’idea di una scuola parcellizzata, definitivamente fatta a pezzi. Nel senso proprio del termine, il mantra è ormai frantumazione, spezzettamento, polverizzazione. Insomma, una genialata non proprio buttata lì a caso.

Cioè, nella culla della civiltà, del patrimonio dell’arte e della cultura, delle scienze e dell’intelletto, ad un certo punto, si fa largo un disegno sul cui foglio bianco si sono cimentati artisti da Gelmini, a Bussetti, poi Bianchi e adesso Calderoli e Valditara, la nazionale italiana degli esperti di istruzione e pure di merito.

Per l’articolo 117 della Costituzione italiana, mentre sono di competenza esclusiva dello Stato “le norme generali sull’istruzione” (secondo comma), “sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: ……. istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale, …” (terzo comma). Ed infatti: “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119”. 

Risalente agli inizi del 2019, la proposta avanzata da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna prende corpo, per organizzare il sistema educativo in funzione della disponibilità economica di ogni singola regione. Tenuto conto dell’articolo 116 della Costituzione, modificato dalla riforma del Titolo V del 2001, che consente a ciascun ente regionale di negoziare particolari e specifiche condizioni di autonomia, la spinta è regionalizzare l’intero sistema scolastico, differenziando i contesti territoriali in materia di offerta didattica e programmi educativi, trattamento economico del personale scolastico, criteri per la selezione delle risorse e dello scorrimento delle graduatorie.

In altre parole, lo scenario proposto intende creare sistemi scolastici differenziati, basati sulle risorse economiche delle singole regioni e senza tener conto del principio di unitarietà e coesione del sistema di istruzione per il paese: investimenti in strutture e ambienti di apprendimento disgiunti, inquadramenti contrattuali del personale su base regionale; retribuzioni differenti, sistemi di reclutamento e di valutazione disuguali, percorsi educativi diversificati.

Nei luoghi di presidio della cultura, della democrazia e dell’umanità, dove ciascuno, dai saperi e dalla conoscenza, dovrebbe imparare a comprendere e includere le differenze, si prospetta un’idea dell’istruzione non più armonica e indivisibile bensì fondata – esclusivamente – sulla differenza.

I principi fondanti della Costituzione che impegnano lo Stato ad assicurare un pari livello di formazione scolastica e di istruzione a tutti, con particolare attenzione alle aree territoriali con minori risorse disponibili e alle persone in condizioni di svantaggio, diventano di colpo secondari rispetto alle esigenze di un decentramento amministrativo e culturale del paese, già fortemente gravato da forti squilibri territoriali, economici e sociali. La partita sulla regionalizzazione dello Stato avrebbe dovuto lasciar fuori la scuola ed invece pare che proprio dalla scuola si parta, senza salvaguardare l’unità e l’identità culturale del sistema nazionale dell’istruzione e della ricerca, senza assicurare un sistema di reclutamento uniforme, senza garantire la tutela della radice indistinta degli ordinamenti statali, dei percorsi curricolari e del modello di governo delle istituzioni scolastiche autonome.

Anziché privilegiare il tema di come migliorare il sistema di reclutamento del personale della scuola, cioè chi entra nelle classi dei nostri figli, passiamo a decidere chi gestirà il reclutamento dei docenti a livello regionale. Anziché mettere mano al bilancio dello Stato per decretare maggiori risorse sul personale della scuola o incrementare gli investimenti sull’edilizia e sulle attrezzature scolastiche passiamo alle intese regionali sugli stipendi e sulle carriere degli insegnanti. Anziché lavorare sui programmi per migliorare e adeguare la didattica agli strumenti di apprendimento di una civiltà evoluta passiamo, con la pretesa di valorizzare peculiarità e caratterizzazioni locali, a riscrivere ogni materia disciplinare antergando la parola territorio al concetto di sapere.

Ipotizzare trenini locali, porti e infrastrutture a misura LEGO, ecosistemi produttivi, energetici e ambientali a km 0 è questione discutibile nel terzio millennio, un po’ come i mondiali in Qatar. Ridurre la lingua italiana o la matematica, la chimica e la fisica, il greco e il latino, la storia, la filosofia, l’informatica, le lingue straniere a meri oggetti della contesa sull’istruzione indivisa è opzione insopportabile. Un po’ come cercare Maradona nei dribbling di Mbappé o un fuoriclasse al MIM.

 

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