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Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali: l’esempio virtuoso della periferia di Napoli Est – San Giovanni a Teduccio

di Alessandra Mandato

L’installazione di un impianto fotovoltaico che genera energia elettrica per ben 40 famiglie diventa un progetto vincente oltre che un percorso di riscatto del quartiere

Siamo nella periferia est di Napoli, precisamente nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, ed è qui che si è assistito alla nascita della prima comunità energetica rinnovabile e solidale del nostro Paese.

Il progetto è stato promosso da Legambiente con il coinvolgimento della comunità locale, in particolare la Fondazione Famiglia di Maria – responsabile della gestione del centro socioeducativo del quartiere – e 40 nuclei familiari – in condizioni di disagio sociale – risiedenti in appartamenti limitrofi alla Fondazione (e collegati alla stessa cabina elettrica). Il finanziamento è stato, invece, concesso dalla Fondazione con il Sud, che ha scelto di investire circa 100mila euro in una delle prime sperimentazioni nel Sud Italia di C.E.R. Si tratta di un progetto innovativo con grandi potenzialità, capace di generare un profondo cambiamento sul territorio in un’ottica di maggior giustizia ambientale e, al tempo stesso, sociale. Per comprendere fino in fondo le opportunità che un’operazione di questo tipo è stata in grado e può ancora fornire occorre però fare un passo indietro, allargando in primis il proprio sguardo al più ampio quadro normativo di rifermento a cui ci si riferisce parlando di Comunità Energetiche Rinnovabili – C.E.R.

Le C.E.R sono state riconosciute in Italia nel 2019 – con il Decreto Milleproroghe n.162/2019 – quali associazioni di cittadini, imprese ed enti locali che decidono di unirsi con l’obiettivo di dotarsi di impianti per la produzione, l’autoconsumo e la condivisione di energia prodotta da fonti rinnovabili, senza scopo di profitto. La normativa italiana recepisce la Direttiva europea n. 2001 del 2018 – RED II, che stabilisce il quadro comune per la promozione dell’energia da fonti rinnovabili e fissa un obiettivo vincolante per la quota complessiva della stessa componente energetica rinnovabile sul consumo finale lordo di energia dell’Unione nel 2030. In questa direzione la Direttiva riconosce la valenza giuridica alle associazioni e introduce la figura del produttore/consumatore di energia (prosumer), con l’obiettivo di contribuire alla promozione, alla crescita e soprattutto alla diffusione delle comunità energetiche sull’intero territorio europeo. Le C.E.R. sono in realtà un fenomeno già maturo e presente da molti anni nel Nord Europa, ma ancora poco diffuso sul resto del territorio comunitario e che vale la pena incentivare soprattutto in considerazione dell’importante stimolo che possono fornire alla produzione di energia rinnovabile e come opportunità di risparmio per i consumatori che vi aderiscono.

Praticamente, la normativa stabilisce che una volta costituita l’entità legale, la C.E.R. individua l’area di installazione dell’impianto di produzione (che non deve necessariamente essere di proprietà della comunità ma al contrario deve necessariamente essere collocato in prossimità dei consumatori) e, dopo la messa in esercizio, può far istanza per ottenere gli incentivi previsti dalla legge. Gli incentivi vengono riconosciuti all’energia condivisa all’interno della comunità, vale a dire quella consumata dai membri nella stessa fascia oraria di produzione. Nel frattempo, i soggetti associati continuano a pagare normalmente la bolletta al proprio gestore, ricevendo però periodicamente dalla comunità un compenso (secondo le regole di ripartizione dei ricavi stabilite dalla C.E.R.), che, non essendo tassato, equivale di fatto a una riduzione della bolletta.

Il progetto pensato per la periferia est di Napoli s’inserisce, dunque, in tale contesto normativo. Tecnicamente parlando il progetto prevede, per l’appunto, l’installazione di un impianto fotovoltaico da 53 kW sulla copertura della sede della Fondazione, in grado di produrre circa 65mila kWh/a di energia Elettrica.

L’energia prodotta con l’installazione del sistema fotovoltaico è destinata in parte alla struttura stessa e in parte condivisa con le 40 famiglie coinvolte nella comunità costituita, che se ne approvvigionano grazie all’immissione in rete dell’energia rimanente e all’installazione di dispositivi di captazione nelle singole abitazioni. In particolare, l’energia prelevata dai 40 membri – essendo considerata “energia condivisa” – può godere degli incentivi previsti dalla legislazione. I dati di progetto parlano di una stima totale di incentivi che si riceveranno nell’arco di vita garantita dal sistema fotovoltaico (pari a 25 anni) di oltre 200mila euro e di un risparmio reale, in termini di minor energia elettrica consumata da tutti gli aderenti alla C.E.R., pari a circa 300mila euro.

I notevoli benefici ambientali ed economici che è in grado di generare un’operazione sono evidenti, ma il vero valore aggiunto di questa sperimentazione va ricercato nella componente sociale che il progetto porta con sé, al punto da sancire la nascita di una speciale categoria di comunità energetiche, le C.E.R.S.® – Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali – dedicate ai soggetti e ai territori più in difficoltà.

La Rete delle Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali nasce (a dicembre 2021) nella consapevolezza di poter fare della produzione/condivisione/consumo di energia rinnovabile uno strumento per il contrasto in primis ai rischi dovuti al cambiamento climatico, ma anche per la lotta alle disuguaglianze sociali e alla povertà energetica, offrendo occasioni di sviluppo grazie ad interventi che – pur non avendo mera valenza assistenziale – riescano a promuovere l’agire collettivo, le realtà locali e la nascita di nuove figure professionali.

Legambiente, nella piena condivisione di tale vision, ha scelto di farsi promotore dell’intervento per la nascita della prima C.E.R.S, con l’individuazione di un luogo che certamente non è frutto del caso. Il quartiere di San Giovanni a Teduccio è, infatti, ad oggi uno dei centri periferici con la più alta densità abitativa, seconda solo a Miano e Secondigliano. Letteralmente schiacciato dalla fortissima speculazione edilizia del secondo dopoguerra, il quartiere ha subito anche un grave depauperamento ambientale e sociale a causa della forte depressione industriale vissuta, con il conseguente rafforzamento di fenomeni di illegalità, precarietà, disagio e diseguaglianze, soprattutto a discapito delle categorie più fragili.

Eppure, San Giovanni è un quartiere dalle grandi potenzialità, basti pensare alla vicinanza geografica con la città di Napoli (appena tre sono i chilometri che lo separano da piazza Municipio). Proprio in virtù di tali potenzialità da qualche anno è sempre più oggetto di un rinnovato interesse, come dimostrano gli importanti progetti che hanno investito l’area (come il prolungamento della linea 2 della metropolitana o la nascita della Apple Accademy) nel tentativo di auspicare per essa una vera e propria rinascita. Tutti questi elementi, connotati però da un carattere troppo singolare e distante dal tessuto urbano e sociale, non possono riuscire – in assenza di una reale messa a sistema – a trasformare questo luogo che è ancora fortemente incompiuto e che nonostante sia stato annesso alla città da quasi cento anni ancora non riesce ad esserne parte integrante.

E allora perché non provare a sfruttare la chance fornita dalla giusta transizione ecologica per provare ad innescare un processo di rinascita di un’area come questa, notoriamente caratterizzata da forti criticità ambientali e socioeconomiche nonché da grave disagio insediativo, ricorrendo però a processi di reale partecipazione e innovazione sociale che partano dal basso e che possano realmente condurre ad un cambiamento del territorio?

La proposta per la Comunità Energetica e Solidale di Napoli Est, come ci ricorda Maria Teresa Imparato (Legambiente), nel tentativo di procedere in tale direzione è riuscita a far emergere delle questioni sociali importanti che, se correttamente valorizzate, possono rappresentare degli importanti elementi di svolta.

Il progetto è riuscito, infatti, a coinvolgere in un percorso condiviso 40 famiglie, che grazie alla realizzazione dell’impianto fotovoltaico ora produrranno insieme energia, condividendola e vendendola in sovrapproduzione al mercato nazionale. Il ricavato prodotto grazie a tale meccanismo sarà ripartito tra i 40 nuclei familiari, come supporto concreto al contrasto alla povertà energetica.

La forte curiosità dimostrata sin da subito dalla comunità locale nei confronti del percorso proposto, tramutatasi poi in vero e proprio interesse a parteciparvi attivamente, è stata possibile sicuramente grazie al radicato rapporto di fiducia instauratosi negli anni tra la popolazione e la Fondazione, che della comunità locale ne rappresenta parte integrante.

Ciò ha consentito di superare scetticismi e distanze ideali, permettendo a questo percorso “nuovo” di diventare un percorso di riscatto per le famiglie del quartiere, a cui si è data, finalmente, la possibilità di essere oggetto di ricerca sociale e interesse della stampa per tematiche ben più virtuose e positive delle solite note.

Quanto accaduto nel caso della comunità energetica di Napoli Est è una chiara dimostrazione delle potenzialità insite in una sperimentazione di questo tipo, che fa di azioni volte alla rivoluzione energetica (come la costituzione di comunità energetiche) un input per l’avvio di percorsi che siano, in primis, di consapevolezza personale e, poi, di riscatto del quartiere.

È chiaro che ciò non può da solo bastare a risollevare questi territori dalle gravi piaghe sociali che li affliggono, ma di certo esperienze di questo tipo possono essere in grado di innescarne percorsi virtuosi con evidenti ricadute positive.

A tutto ciò va ad aggiungersi la volontà del progetto, e dei suoi promotori, di farsi carico anche del futuro di quanto messo in campo, offrendo ai ragazzi della fondazione dei percorsi di orientamento al lavoro che – affiancandosi alla tradizionale formazione universitaria – forniscano loro una formazione specialistica in grado di far sviluppare le competenze necessarie per stare al passo con la transizione ecologica. L’obiettivo è quello di formare figure professionali ad hoc specializzate in quei settori per cui si avrà, negli anni a seguire, una notevole richiesta (ad esempio gli operatori specializzati nella manutenzione degli impianti fotovoltaici), dando ai giovani la possibilità di investire la propria realizzazione nel loro stesso quartiere, risollevandone le sorti ed evitando il rischio di ricadere nelle solite piaghe sociali.

In conclusione, è chiaro che un risultato di questo tipo è stato possibile grazie alla costruzione di un percorso di comunità, in grado di agire sulla consapevolezza delle reali criticità e dei deficit che affliggono l’area, ma soprattutto alimentato dai comportamenti dei singoli che concretamente vivono questo quartiere – che è di fatto uno dei più “complicati” di Napoli. Si tratta di un risultato che ad oggi deve essere riconosciuto come estremamente positivo, in grado di dare fiducia e speranza e di mettere in evidenza le reali potenzialità di una rivoluzione che partendo dal basso può far da leva e incentivare, da un lato, il tanto auspicato processo di riqualificazione energetica, dall’altro, può stimolare la nascita e la diffusione di esperienze solidali in grado di trasformarsi in delle vere occasioni di rinascita.

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