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L’Italia diseguale di fronte al Covid. Il contributo del Sud alla ricostruzione del Paese

di Luca Bianchi*

“Insomma, se la storia recente ha profondamente cambiato i termini economici e tecnici della questione meridionale, la sua essenza resta quella indicata dai grandi meridionalisti del passato: quella, cioè, di una grande questione etico-politica, che investe le stesse fondamenta morale della società nazionale e dello Stato unitario”. Sono le parole di Pasquale Saraceno del 1989 che ho voluto richiamare durante la presentazione del Rapporto SVIMEZ 2020 sottolineandone la straordinaria attualità. Emerge chiaramente la consapevolezza, diffusa in tanti uomini di Stato che costruirono la nostra Repubblica, che la questione dell’unificazione economica dell’Italia fosse anche una questione di unificazione politica: la tensione al superamento del divario di sviluppo Nord-Sud (una “missione”) costituiva una delle principali responsabilità dello Stato e costituiva lo spirito che aveva consentito quel processo di ricostruzione anche politica del Paese dopo la Seconda guerra mondiale. 

Proprio oggi che il Paese si trova ad affrontare la più grave crisi della storia repubblicana e ad immaginare una nuova politica di ricostruzione del Paese è necessario ritrovare le ragioni di quello spirito unitario. Ragioni che attengono senz’altro ai valori stessi della nostra Repubblica ma che riguardano anche gli indicatori economici nazionali. Da troppi anni la politica nazionale, senza particolari distinzioni tra schieramenti, ci ha abituati ad una narrazione di economia e società italiane sommatorie geografiche di due parti con problemi diversi e, perciò, alla ricerca di soluzioni distinte. Non era così. Nord e Sud, già prima della pandemia, erano più uniti e “interdipendenti” di come volevano le soluzioni “per parti” per loro attuate. Vanno in particolare tenuti ben presenti i ritardi strutturali accumulati dal nostro Paese nel suo complesso durante il suo ventennio perduto. Venti anni di mancata crescita e di aumento delle disuguaglianze tra individui, imprese e territori. Un ventennio che ha visto crescere quello che la SVIMEZ ha definito il «doppio divario» dell’Italia dall’Europa e del Sud dal Nord del Paese, e durante il quale la mappa della coesione territoriale nazionale è andata via via complicandosi risucchiando una parte del Centro, spaccando in due sia il Nord sia il Sud in aree più dinamiche ed economie locali più stagnanti. Un processo di frammentazione dei processi di crescita regionali interni al Nord e al Sud rimasto sottotraccia nella passata crisi e nella successiva ripresa, ma esploso con la pandemia.

La narrazione di un’Italia separata proposta da una politica nazionale inconsapevole dei benefici estraibili dalla valorizzazione delle interconnessioni tra Nord e Sud ha finito per spezzare quella coesione, alimentando opposte rivendicazioni territoriali. È cresciuto il malcontento del Nord produttivo vittima dell’oppressione fiscale e burocratica, la stessa (se non maggiore) peraltro che schiaccia i ceti produttivi meridionali. Mentre nel Sud l’impoverimento della società insieme al progressivo peggioramento nell’offerta dei servizi pubblici essenziali (scuola, sanità e servizi sociali) ha alimentato la richiesta di assistenza, cavalcata da classi dirigenti sempre più deboli. riaccendendo la fiamma del rivendicazionismo sudista. Si è arrivati così alla contrapposizione tra Nord produttivo e Sud assistito – gli investimenti al Nord e il reddito di cittadinanza al Sud – che ha ipnotizzato l’intero dibattito politico dell’ultimo ventennio. 

Oggi, la crisi conseguente alla pandemia ha riportato alla luce in tutta la loro drammaticità i nodi irrisolti del nostro modello di sviluppo: fragilità che riguardano l’intero Paese ma che nelle regioni più deboli divengono vere e proprie emergenze sociali, facendo emergere un divario nella cittadinanza (intesa come accesso a diritti essenziali come salute, istruzione, assistenza) che mina la stessa unità nazionale e indebolisce le possibilità di ripresa. 

Il Covid 19 non è stato una livella. Non è vero che ci ha reso tutti più uguali, un po’ più poveri ma più uguali. Gli andamenti del mercato del lavoro, ad esempio, mostrano l’esatto contrario: la crisi seguita alla pandemia è stata un acceleratore di quei processi di ingiustizia sociale in atto ormai da molti anni che ampliano le distanze tra cittadini e territori. La crisi si è scaricata quasi interamente sulle fasce più fragili dei lavoratori. Cassa integrazione e blocco dei licenziamenti, nonostante l’estensione a settori ed imprese non coperte, hanno costituito un argine allo tsunami della crisi per i lavoratori tutelati, ma hanno inevitabilmente incanalato l’onda nociva dei licenziamenti, dei mancati rinnovi dei contratti a termine, e delle mancate assunzioni verso le componenti più precarie e verso i territori più deboli dove tali tipologie sono più diffuse. Gli 840mila posti di lavoro persi tra il secondo trimestre 2020 e lo stesso trimestre dell’anno precedente sono composti infatti per due terzi da contratti a termine (non rinnovati al momento della scadenza e/o non attivati) e per la restante parte da lavoratori autonomi. Questo effetto «selettivo» della crisi ha determinato un ulteriore ampliamento dei divari interni al mercato del lavoro, concentrando le perdite di occupazione tra i giovani, le donne e nel Mezzogiorno. L’occupazione giovanile si è ridotta nei primi due trimestri del 2020 dell’8%, più del doppio del calo totale dell’occupazione. L’occupazione femminile, già ai minimi europei, si è ridotta nell’ultimo anno di quasi mezzo milione di unità, confermando quei fenomeni di discriminazione e segregazione professionale che purtroppo ancora caratterizzano negativamente il nostro Paese. 

Ancora più drammatici sono i divari in termini di servizi al cittadino emersi nella crisi sanitaria. I dati del Rapporto SVIMEZ mostrano come il Mezzogiorno fosse zona rossa nella sanità ancora prima dell’arrivo dell’epidemia. Un divario di offerta di servizi sanitari essenziali figlio di un mix drammatico di inefficienze e distorsioni nel suo governo e di un progressivo ampliamento dei divari nelle dotazioni di personale e infrastrutture a sfavore delle regioni meridionali, soprattutto di quelle interessate dai Piani di Rientro.  

Rispetto alla fotografia offerta dal Rapporto di un Paese che mostra limiti strutturali amplificati da diffuse disuguaglianze è dunque pericolosamente illusoria l’ipotesi ventilata più o meno esplicitamente di privilegiare un uso delle ingenti risorse europee del Next Generation Ue ai fini di una intensa ed accorta manutenzione-revisione del Sistema vigente mirata a ripristinare “la normalità di prima”. Una simile scelta rischierebbe di confermare la lunga stagnazione sperimentata dalla nostra economia, ultima per performance da molti anni nella UE. 

I Presidenti delle Regioni del Sud in queste settimane hanno criticato aspramente il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza denunciando un vero e proprio “furto” ai danni del Sud. Questi i termini della denuncia, non priva di ragioni, delle regioni meridionali: l’Europa ha destinato al nostro Paese la quota più alta di risorse, circa 200 miliardi di cui 65 in grants, in considerazione degli ampi divari dalle medie europea (sia in termini di Pil pro capite che di tasso di disoccupazione), dovuti principalmente al ritardo delle regioni meridionali, mentre la ripartizione territoriale del nostro Piano sembrerebbe seguire il criterio della popolazione. La critica si basa sugli unici “numeri” resi noti sulle stime di impatto degli investimenti sul PIL del Mezzogiorno alle quali si perviene ipotizzando che all’area, in aggiunta alle risorse della politica di coesione, venga destinata una quota dei 200 miliardi proporzionale alla sua popolazione, applicando la quota al Sud del 34%. 

Una simile regola di riparto sarebbe un errore grave perché tradirebbe proprio il principale degli obiettivi del piano Next Generation UE che è quello di favorire un processo di ripresa dell’economia nazionale che non si limiti alla manutenzione del già debole sistema economico (il più lento d’Europa da oltre un ventennio) ma che sia in grado di attivare le nuove potenzialità derivanti da un processo di sviluppo più sostenibile sul piano sociale, generazionale e ambientale. E che quindi coniughi i due obiettivi di crescita nazionale ed equità territoriale, profondamente interdipendenti. 

Come spesso avviene nelle polemiche tra Regioni e Stato centrale la domanda di chiarimento al governo è dunque ben posta, ma la risposta che si propone appare ancora incompleta e non priva di rischi. La richiesta di ripartire le risorse italiane tra regioni impiegando lo stesso algoritmo impiegato dall’Europa per distribuire le risorse europee tra Paesi rischia di attivare pretese “localiste” che sviliscono il carattere di profonda interdipendenza tra territori. Con il rischio di alimentare, anche per il Recovery Fund, le aspettative di una “titolarità” regionale delle risorse che ha già mostrato i suoi fallimenti nell’attuazione delle politiche di coesione. Soprattutto, si perde di vista il “mandato” europeo che delega alla politica nazionale il compito di disegnare un piano unitario di investimenti, evidentemente legato ai fabbisogni dei suoi territori più in difficoltà. 

Non basta sollecitare la discussione sulla quantità ex ante delle risorse destinate ai singoli territori. Perché sarà poi dai progetti che verranno finanziati per ciascuna missione, e dalla capacità di attuarli, che dipenderà l’effettiva spesa che si scaricherà sui territori. Il Governo andrebbe sollecitato sulla coerenza del disegno del PNRR con la sua articolazione in missioni, rispetto all’obiettivo di aumentare la coesione sociale e di attivare il potenziale di crescita dei territori. La logica che sembra emergere dal Piano del Governo, sia pur in assenza di elementi di dettaglio, sembra invece derivare prevalentemente dalla disponibilità di progetti e dalla capacità di spesa delle amministrazioni responsabili delle varie missioni. Appare infatti difficilmente comprensibile, soprattutto alla luce di quanto accaduto in questi mesi, il sottodimensionamento delle missioni sanità ed istruzione, con il rischio di far perdere l’opportunità unica di colmare il divario nei diritti di cittadinanza tra i territori. 

Il dibattito aperto dalle Regioni meridionali mette al centro l’esigenza di aprire una discussione nel Paese che parta dalle diverse potenzialità e fabbisogni dei territori (regioni, città aree interne) per valorizzarne le interconnessioni, superando gli steccati amministrativi. Il Paese si trova dunque di fronte all’occasione irripetibile di avviare la sua «ricostruzione» coniugando crescita nazionale e coesione territoriale, con la possibilità di gestire la transizione al «dopo» orientando i processi economici verso una maggiore sostenibilità intergenerazionale, ambientale e sociale.  

Un’azione che non può che partire da una riqualificazione dell’azione pubblica volta a rafforzare i diritti di cittadinanza nei territori più deboli. Costruire una nuova politica di coesione vuol dire superare il ghetto degli “stanziamenti straordinari per il Sud”, che tra l’altro quasi mai si traducono in spesa effettiva, dando centralità ad interventi volti a riequilibrare i servizi essenziali così da ricostruire un nuovo patto di cittadinanza tra politica e cittadini. La scuola, in primo luogo, con interventi e risorse straordinarie laddove più alto è l’abbandono scolastico e più bassi sono i livelli di competenze degli studenti; ma anche sul sistema sanitario caratterizzato dalle drammatiche carenze dimenticate fino all’arrivo della pandemia, per ridurre l’emigrazione ospedaliera. E accanto a questo è necessario un nuovo “Stato strategico e innovatore”, che favorisca attraverso l’incremento della dotazione di infrastrutture economiche, ambientali e sociali, del capitale umano e dell’innovazione per le imprese, la transizione verso un’economia più sostenibile. Non ci si può accontentare del solito richiamo alla necessità di rilanciare il Sud con un generico piano di investimenti, magari per compensarlo in vista della concessione di nuove forme di autonomia rafforzata a Emilia Romagna, Veneto e Lombardia. Sarebbe un film già visto tante volte. Per cogliere l’occasione della ricostruzione, occorre una nuova visione del rapporto Nord-Sud e delle politiche di sviluppo. 

Solo da una «visione» d’insieme di questo tipo, centrata sulle due questioni dell’interdipendenza tra territori e della connotazione nazionale che ormai ha assunto la coesione territoriale nel nostro Paese, potrà seguire un’effettiva valorizzazione del contributo alla ripartenza del potenziale presente nelle regioni del Sud e negli altri territori in ritardo di sviluppo dove più forti sono i ritardi nella dotazione di infrastrutture e nell’offerta di servizi da colmare; solo così la crescita nazionale potrà andare di pari passo con l’equità sociale e territoriale. 

Torniamo alle parole di Pasquale Saraceno, era il 1991 quando esprimeva la sua preoccupazione per “l’appassire del sentimento dell’unità nazionale”, per il “diffondersi, in luogo di quel sentimento, di un rumoroso populismo dialettale che reclama, in nome di interessi e culture locali, la liquidazione fallimentare della nostra storia unitaria”. Un monito inascoltato che ha indebolito il nostro Paese negli ultimi decenni e che forse, solo ora, per la drammaticità del momento può essere richiamato e messo in discussione. È forse l’ultima chiamata per la politica nazionale che non può più permettersi di avallare un’idea divisiva del paese e dovrebbe invece farsi portavoce di un disegno strategico di sviluppo che, in coerenza con gli obiettivi europei, si concentri sulla promozione della coesione economica, sociale e territoriale e sulla transizione verde e digitale

*Direttore SVIMEZ e Presidente IFEL Campania

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