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Parità di genere, è tempo di bilanci: Italia al quattordicesimo posto in Europa

di Eliana De Leo

L’Italia si è dotata di una Strategia Nazionale per la Parità di Genere, inserita nel solco delle strategie UE. Una visione ambiziosa per colmare i gap che ci allontanano dalle medie europee in termini di: lavoro, denaro, conoscenza, tempo e…potere

A chiunque sia capitato l’8 marzo di dare un’occhiata ai propri social network, superficiale e veloce, come ogni social check che si rispetti, avrà notato, sempre in modo assolutamente superficiale e sommario, che gli utenti in quella data, inevitabilmente soprattutto le donne, si dividono in 3 grandi categorie:

1) le entusiaste: “forza ragazze, stasera è la festa della donna, concediamoci un momento di svago, mettiamoci in tiro e andiamo a ballare!” = celebrazione Sì;

2) le arrabbiate: “questa è una festa ipocrita e inutile, smettetela tutti di farci gli auguri, vi odio! E si dispensa dai fiori, grazie” = celebrazione No;

3) le indifferenti: “ah oggi è l’8 marzo… ah ok.” In barba a qualsiasi battaglia e a qualsivoglia entusiasmo le indifferenti continuano la propria giornata come se assolutamente nulla fosse, quindi celebrazione No.

Io, personalmente, appartengo a quest’ultima categoria. Non me la sento di demonizzare, ma di certo, al contempo, non me la sento tantomeno di festeggiare. Quindi, secondo un calcolo banale, superficiale e veloce, esattamente come lo era l’osservatorio, la morale è che la Festa della Donna, in media, non si festeggia.

Eppure, la Festa della Donna 2022, poteva valer la pena di essere festeggiata. È stata la prima, infatti, in cui nel nostro Paese esisteva uno strumento per affrontare annose e mai sufficientemente discusse, questioni di genere. Nel silenzio generale, forse perché era agosto, è stata presentata al Consiglio dei Ministri una Strategia Nazionale per la Parità di Genere. Una visione di lungo periodo (2021-2026) che si inserisce tra le strategie di riferimento per l’attuazione del PNRR e la riforma del Family Act e si incanala nel più ampio quadro Europeo e delle Nazioni Unite.

Le Nazioni Unite hanno indicato la Gender Equality come uno dei 17 Sustainable Development Goals (SDGs) per il 2030, l’Unione Europea ha promosso uno Strategic Engagement sulla Gender Equality per il triennio 2016-2019 e una nuova Strategia per il quinquennio 2020-2025

È in questo contesto che, in pieno accordo con le linee guida europee, il Governo italiano ha deciso la redazione della presente Strategia Nazionale. È la prima nella nostra storia e viene redatta per dare al Paese una prospettiva chiara e un percorso certo verso la parità di genere e le pari opportunità, per tracciare con nitidezza un sistema di azioni politiche integrate in cui troveranno vita iniziative concrete, definite e misurabili

La domanda, pertanto, nasce spontanea: al di là delle percezioni di un singolo, che spesso sono eloquenti più di ogni statistica, ma noi, in Italia, come siamo messi?

L’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere (EIGE) ha elaborato un indice che misura la disuguaglianza tra uomini e donne nei paesi UE. L’indice, misurato nel corso di 6 anni (2013, 2015, 2017, 2019, 2020, 2021) prende in considerazione 6 diversi settori: Lavoro, Denaro, Conoscenza, Tempo, Potere e Salute.

La misurazione della parità di genere è considerata parte integrante di un’efficace elaborazione delle politiche nell’UE. Sin dalla prima edizione nel 2013, l’indice sull’uguaglianza di genere ha rilevato sia i progressi che le battute d’arresto dei 28 paesi dell’Unione, 27 per l’indice 2021 calcolato post Brexit.

Bisogna cominciare col dire che, su un punteggio massimo stabilito di 100, la media europea è di 68 punti. Il punteggio dell’Italia è 63,8 su 100. Siamo al quattordicesimo posto tra i paesi dell’Unione. Il nostro indice è più basso della media europea di 4,2 punti.

Il paese europeo con il punteggio più alto è la Svezia: 83,9, seguita dalla Danimarca (77,8) e dalla Norvegia (75,9). Ma se i tre gradini del podio non ci stupiscono, siamo abituati a conoscere le prodezze del welfare dei paesi scandinavi, è il quarto posto (che non può essere un caso, viene erroneamente indicato come terzo nelle premesse della nostra strategia) che dovrebbe iniziare ad indurre anche l’orecchio più sordo a sentire di questi temi, perché è occupato dai nostri vicini, fratelli francesi, con un indice di 75,5. Abbiamo 12 punti di distanza, praticamente un abisso, fatto di lavoro, tempo, denaro, accesso alla conoscenza, al potere ed alla salute.

Se si entra nel dettaglio si scopre che per quanto riguarda il lavoro, in termini di partecipazione femminile al mercato del lavoro, qualità e segregazione dell’attività lavorativa in differenti settori, l’Italia si posiziona all’ultimo posto in Europa (indice di 63,7, la media è di 71,6). Come si legge nel documento strategico nazionale:

L’occupazione femminile risulta essere significativamente inferiore a quella maschile, in particolar modo per le donne madri. Il tasso di occupazione femminile è minore di quello maschile di oltre 20 punti percentuali.

La genitorialità ha un significativo impatto negativo sulla condizione lavorativa femminile: la differenza di tasso occupazionale tra madri e padri diventa di ben 30 punti percentuali e rappresenta il divario più grande in Europa; infatti, ben il 38% delle donne modifica la propria situazione lavorativa per esigenze familiari (contro il 12% degli uomini) e il 33% delle donne abbandona il mondo del lavoro dopo il primo figlio, con tassi crescenti all’aumentare del numero di figli.

Non a caso, per quanto concerne il tempo che uomini e donne dedicano a prendersi cura di figli, coniugi, genitori, l’EIGE ci porta al 17° posto.

Se è vero, infatti, che in tutta Europa la percentuale di donne coinvolte in attività di assistenza e cura non remunerata è sempre più alta di quella degli uomini, la situazione italiana è significativamente sbilanciata: considerando il divario di genere nella cura della casa, l’Italia è fanalino di coda in Europa con l’81% di donne che vi si dedica tutti i giorni contro il 20% degli uomini

Strettamente legata alle precedenti e, quindi, altrettanto incerta è la situazione valutata dall’EIGE circa il “power” in termini politici, economici e sociali. Anche in questo caso l’Italia si piazza al di sotto della media con un punteggio di 52,2 a fronte di una media di 55. Per quanto, come si legge dal documento strategico nazionale:

La fotografia italiana della rappresentanza femminile nelle posizioni di potere e negli organi direzionali di natura politica, economica e sociale è significativamente migliorata, soprattutto grazie ai risultati in termini di partecipazione femminile ai consigli di amministrazione. A oggi la presenza femminile risulta superiore alla media europea, principalmente grazie a iniziative quali la Legge Golfo-Mosca: la quota di donne negli organi di amministrazione delle società quotate si avvicina al 40% (38,8% nel 2020), quasi quattro volte di quella registrata prima dell’applicazione della Legge (11,6% nel 2012).

In un quadro tanto complesso quanto tragico la Strategia nazionale non manca di analizzare due ulteriori elementi caratterizzanti:

  • le discrepanze territoriali che ancora affliggono la nostra nazione: in ordine all’obiettivo Lavoro fissato a Lisbona (60 per cento donne occupate entro il 2010) il tasso di occupazione femminile al Nord, 11 anni dopo, risulta ancora un punto indietro: 59 per cento. Il Mezzogiorno è fermo al 32,5 con alcune regioni (Campania, Sicilia) al 28-29 per cento;
  • il peggioramento di alcune dinamiche economiche e sociali post-pandemia da Covid 19: nel solo mese di dicembre 2020, su circa 100.000 occupati in meno, il 98% è di genere femminile.

Al termine della lettura di tutti questi indicatori e delle ampie premesse del nostro documento strategico nazionale, la tentazione di passare dalla parte delle arrabbiate è tanto, ma bisogna cercare di restare distaccati. Perciò, passiamo alla Visione e Ambizione quinquennale.

L’obiettivo è: 5 punti in 5 anni, nella classifica del Gender Equality Index dell’EIGE nei prossimi 5 anni, per raggiungere un posizionamento migliore rispetto alla media europea entro il 2026, con l’obiettivo di rientrare tra i primi 10 paesi europei in 10 anni. Ovvero:

Rendere l’Italia un Paese dove persone di ogni genere, età ed estrazione abbiano le medesime opportunità di sviluppo e di crescita, personali e professionali, di accesso al mondo dell’istruzione e del lavoro, senza disparità di trattamento economico o dignità, e possano realizzare il proprio potenziale con consapevolezza di una uguaglianza garantita e senza compromessi in un paese moderno e preparato per affrontare la sfida dei tempi futuri.

Tra le misure individuate per raggiungere obiettivi tanto ambiziosi si trovano: potenziamenti d’incentivi, flessibilità aggiuntive, Governance e monitoraggio della diversity e della gender parity, introduzione di quote di genere, obblighi di trasparenza, potenziamento di nidi e bonus.

Una sfida che ha il sapore dell’utopia ma che va sostenuta, discussa, sfidata. Innanzitutto, con l’informazione, perché se c’è qualcosa che manca davvero, in tutto questo quadro strategico è un’adeguata diffusione di queste notizie. Il 90% delle o dei social checker della Festa della Donna, a qualsiasi delle categorie semplicistiche individuate appartenessero non sa realmente qual è la condizione in cui verte, una parte ne ha la percezione ma le statistiche ed i grafici consultabili sull’EIGE sono un dato reale e alla portata di tutti, così come lo è la Strategia Nazionale di cui ci siamo dotati ma di cui nessuno è a conoscenza. E allora sì, la Festa della Donna va celebrata ma in un solo modo: informando.

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