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Dallo Smart working alla riconversione degli impianti di illuminazione, i comuni di fronte al caro bollette

di Mauro Cafaro

Il SIOPE certifica che fino a settembre 2022 gli Enti Locali hanno speso oltre 2 miliardi e 400 milioni in energia elettrica e gas facendo registrare, rispetto allo stesso periodo dell’anno 2021, un pesante +40% sul costo totale dell’energia per la PA. Nonostante gli aiuti governativi però i Comuni si affidano “all’arte di arrangiarsi”

L’indomabile corsa dei rincari energetici non sta investendo pesantemente solo le imprese e le famiglie, ma anche Comuni grandi e piccoli, sia al Centro-Nord sia nel Mezzogiorno. Per esempio alcuni enti si sono visti costretti a chiudere le piscine comunali a causa dei forti rincari energetici. Altri, invece, stanno lasciando al buio le strade pubbliche per buona parte della notte e financo le gallerie stradali. Non a caso numerosi enti, e le stesse associazioni esponenziali (Anci e Upi) lamentano il sostanziale esaurimento delle risorse disponibili nell’ambito dei loro bilanci e la mancanza di ulteriori spazi di manovra per effettuare altre variazioni di bilancio da qui fino a fine anno. Ecco perché viene reclamato al Governo centrale lo stanziamento di risorse aggiuntive a favore degli enti locali, nell’ordine di centinaia di milioni di euro, non solo per fronteggiare quel che resta del 2022, ma anche in proiezioni di ulteriori impennate dei costi energetici stimate per il 2023, stante l’attuale situazione di crisi internazionale.

Essendo peraltro quanto mai varia la situazione nei diversi contesti geografici e territoriali, vi sono anche comuni che in qualche modo riescono a scovare risorse per aiutare le famiglie a più basso reddito nell’affrontare gli accresciuti costi energetici, sia comuni di medio-grandi dimensioni sia comuni più piccoli.

Lo strumento più gettonato è costituito sicuramente dalla concessione di un bonus energetico una tantum che viene riconosciuto alle famiglie che ne fanno domanda. Si tratta di aiuti aggiuntivi rispetto al bonus sociale elettrico nazionale introdotto lo scorso anno. In tale ottica diversi enti hanno anche incrementato la soglia ISEE al fine di allargare la platea dei potenziali beneficiari. Inoltre, in alcuni comuni ubicati in entroterra, collinari e/o montani, ci si sta esercitando con maggiore fantasia, attribuendo fondi di sostegno per l’acquisto di bancali di pellet, ormai divenuto costosissimi sul mercato. Invece gli enti finanziariamente più solidi stanno impinguando in maniera cospicua i capitoli di bilancio destinati all’illuminazione pubblica e al riscaldamento delle strutture cittadine, soprattutto quelle sportive. Altri ancora, più lungimiranti nel corso dell’ultimo decennio, stanno raccogliendo i frutti connessi alla stipula di accordi di partenariato pubblico-privato in materia di efficientamento e risparmio energetico sia nel settore della pubblica illuminazione sia nella gestione degli immobili di proprietà. È il caso delle concessioni deliberate per finanziare, costruire e gestire infrastrutture locali nel settore dell’illuminazione e del riscaldamento, che consente di rinnovare i vecchi impianti, implementando l’illuminazione a led, ovvero adottando nuove soluzioni tecnologiche orientate all’efficientamento energetico degli impianti termici (impostazione temperature medie, regolazione efficiente delle pompe di calore, test di controllo, ecc.). Stanno anche crescendo specifiche iniziative, oggi incentivate dal PNRR, finalizzate alla costituzione di CER (comunità energetiche rinnovabili), ossia accordi che mettono insieme famiglie, attività commerciali e altre imprese, e la PA locale, per dotare il territorio di impianti comuni per l’autoproduzione e consumo di energia da fonti rinnovabili.

Più in generale, si osservi che l’enorme rincaro dei costi energetici sta assumendo un rilievo estremamente critico in ordine all’assetto della finanza locale, aggiuntivo rispetto alle tradizionali problematiche ampiamente dibattute sulla stampa specializzata e non. Non è un caso se le richieste dei Comuni viaggiano in ordine a ulteriori stanziamenti per oltre 200 milioni per quest’autunno e per 800 milioni aggiuntivi con riferimento alle proiezioni dei costi energetici 2023. Se a questo si aggiunge che anche le strutture ospedaliere e sociosanitarie sono state investite dall’attuale tsunami energetico, è facile pervenire ad un conto di oltre 2 miliardi che graverà sui conti pubblici nel 2023.

Invero, i diversi decreti aiuti emanati dal Governo Draghi hanno sin qui già messo a disposizione del comparto locale oltre 700 milioni di euro per fronteggiare i rincari energetici, di cui non meno di 600 il Ministero dell’Interno li ha attribuiti ai soli Comuni. Evidentemente tutto ciò non basta. Infatti il SIOPE, che è il sistema informativo del MEF che cura la rilevazione telematica degli incassi e dei pagamenti effettuati dai tesorieri di tutte le pubbliche amministrazioni, mette in evidenza che fino a tutto settembre scorso, nel 2022 gli enti locali hanno sborsato oltre 2 miliardi e 400 milioni, di cui oltre il 70% a titolo di corrente elettrica e poco meno del 30% alla voce gas metano, aumento così eclatante ove solo si consideri che nel corrispondente periodo 2021 gli oneri sostenuti erano risultati di poco superiori a 1 miliardo e 700 milione di euro, con un incremento pari ad oltre il 40%. E l’inverno ancora non è arrivato.

La crescita dei costi energetici appare più alta nelle province rispetto ai Comuni, per non parlare del comparto Sanità che vede picchi di crescita dei costi superiori al 60% in ordine alla bolletta elettrica. Se la cavano meglio, invece, le Regioni. Nel complesso la finanza territoriale ha speso circa 4 miliardi di euro, oltre 1 miliardo e 200 milioni in più, con timori incombenti per l’ultima parte dell’anno, che dovrebbe comportare un raddoppio secco di tutti gli oneri.

Tra le città più colpite spiccano Milano e Potenza: evidentemente latitudine geografica e altezza sul livello del mare incidono in maniera ragguardevole. Ecco perché gli enti locali continuano a battere cassa, soprattutto in vista della prossima sessione di bilancio, nel timore che molti comuni possano andare in default ovvero non possano riscaldare scuole e strutture sportive, teatri e musei, con discendente depauperamento dei servizi pubblici localmente offerti. In tale ottica le associazioni esponenziali chiederanno al nuovo Governo anche maggiori libertà di manovra, in ordine sia alla gestione di fondi precedenti non tutti spesi per le finalità originarie (tipo il Covid-19), sia all’utilizzo degli avanzi di gestione non vincolati, come con riferimento alle entrate a destinazione vincolata, tipo oneri di urbanizzazione e proventi contravvenzionali.

Per ora i Comuni cercano di arrangiarsi. Per esempio a Torino si pensa di chiudere i palazzi comunali che consumano più energia, incentivando lo smart working, oltre a diminuire la temperatura, misura già adottata nei mesi scorsi. Si discute anche di ridurre l’illuminazione dei monumenti. A Genova, invece, più che di tagli e riduzioni, si ragiona in termini di rinegoziazione dei contratti con il gestore della pubblica illuminazione, fissando un tetto agli aumenti. Al momento non si prevedono risparmi per le luminarie natalizie. Dal canto suo il Sindaco di Firenze immagina di introdurre lo smart working il venerdì per gli oltre mille dipendenti comunali. Al contempo, intende sostituire progressivamente i lampioni esistenti con quelli a led portandoli all’80%, anche al fine di modulare l’intensità della luce. Meno problematica sembra la situazione di Bologna, dove il combinato disposto del massiccio ricorso all’illuminazione a led e dei conti in ordine, non fa temere grossi sacrifici, soprattutto in occasione delle feste natalizie con tutto il loro corollario di luminarie.

Invece a Napoli, a parte la nomina di una commissione di esperti sul tema rincari energetici, si prevede di mettere in esercizio gli impianti fotovoltaici installati ma non ancora entrati in funzione. La stima sarebbe pari a 1 megawatt. A ciò si aggiunga lo studio per scovare altri tetti pubblici dove allocare nuovi impianti. Si prevede anche di abbassare il livello di illuminazione pubblica notturna, nonché di eliminarla del tutto nei parchi e giardini comunali chiusi di notte.

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