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Utilità ed utilizzo di Open Data per l’esercizio consapevole della cittadinanza attiva

di Gaetano Di Palo

C’è già da abbastanza tempo un forte e diffuso convincimento – o forse è soltanto una malcelata speranza – che le piattaforme di open data favoriscano lo sviluppo e la realizzazione dei processi democratici, ed indirizzino in maniera più aderente ai contesti le policy e le azioni poste in essere dai vari livelli di governo grazie anche ad una maggiore partecipazione consapevole, democratica e costruttiva della collettività e del territorio amministrato[1]. Open data, in questo ambito, vuol dire che i dati devono essere aperti dal punto di vista legale, cioè resi di pubblico dominio o essere utilizzati con condizioni di utilizzo liberali e con restrizioni minime. I dati devono inoltre essere tecnicamente aperti, ossia devono essere pubblicati in formati elettronici leggibili e non proprietari, in modo che chiunque possa accedervi e utilizzarli ricorrendo a strumenti software comuni e liberamente fruibili. I dati devono inoltre essere disponibili su un server pubblico e accessibili a chiunque, senza restrizioni di password o firewall[2]. È importante subito sottolineare la distinzione tra dati pubblici e dati aperti: quei dati pubblici che sono resi liberamente disponibili, non sono necessariamente anche aperti, infatti sebbene siano accessibili senza impedimenti non contemplano il tempo e la competenza necessaria per la scelta, identificazione e localizzazione di un documento specifico; altra cosa è invece quando questi dati sono digitalizzati e resi disponibili online in un formato standardizzato (e perché no anche indicizzato) e manipolabile.

A ben vedere tuttavia l’automatismo concatenato insito nell’assunzione maggiore trasparenza, maggiore disponibilità di dati, migliore applicazione dei processi democratici, più che sovente nella realtà resta disatteso[3]. In effetti non è affatto semplice inglobare e tener conto della complessità dei processi democratici[4], specie se considerati in un quadro di governance multilivello, circostanza che comporta nelle necessarie semplificazioni connaturate a qualsiasi modellistica la progettazione di piattaforme di dati aperti difficilmente capaci di cogliere adeguatamente tutti gli aspetti e le dinamiche delle politiche decisionali e di partecipazione democratica[5]. Si ritiene in aggiunta importante sottolineare, onde meglio interpretare il non pieno successo di molte iniziative open data, che nell’espressione non ben precisata – ma non per questo poco utilizzata – di processi democratici possono essere annoverati fenomeni e dinamiche molto diversi in quanto a natura, complessità, perimetro d’azione, dimensione di impatto, strutture regolamentari, livello di governo, grado di istituzionalizzazione ecc. e che inoltre i dati aperti possono a loro volta essere utilizzati per vari scopi, con ruoli, regole e strumenti diversi da parte sia dei cittadini che degli amministratori pubblici.

Figura 1 – Tassonomia dell’impatto di Open Data

Fonte: Stefaan Verhulst and Andrew Young, 2016

Per economia della narrazione – oltre che per scelta iniziale – si è deciso di porre l’angolo di visuale del presente articolo principalmente sul cittadino (possibilmente attivo), prospettiva spesso trascurata[6], onde declinarne la verosimile concreta attività democratica per l’appunto agevolata e/o arricchita dall’uso di open data.

Recentemente le richieste di maggiore trasparenza sono diventate sempre più pressanti (come testimonia il barometro[7] open data), in parte anche in virtù delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione che hanno reso sempre più semplice ed economica la diffusione delle informazioni aumentandone la portata e il raggio d’azione anche a sostegno delle iniziative di open government creando di conseguenza nuove opportunità di partecipazione e di responsabilità.

Tali applicazioni della trasparenza[8] non si limitano esclusivamente all’accesso facilitato agli atti e documenti pubblici per ridurre anomalie e patologie nelle procedure della PA e/o fornire opportunità di denuncia di fenomeni corruttivi. In realtà l’animus ed il fine legato all’uso degli open data che qui si vuol commentare è invece più nobile e commendevole, basato su di un principio ed assunto: una democrazia che funzioni correttamente favorisce l’accesso alle informazioni, ed il suo diretto corollario: cittadini informati sono in grado di contribuire meglio ai processi democratici. Quest’ultimo ha una profonda matrice partecipativa[9], poiché implica che comprendere e accettare le basi delle decisioni che riguardano i cittadini consente loro di affrontare e modificare scenari, contesti e situazioni in cui essi stessi vivono.

Inquadrate dunque nell’ottica poc’anzi delineata le piattaforme di open data hanno quindi l’encomiabile obiettivo di promuovere la vita democratica non soltanto sostenendo la trasparenza attraverso la pubblicazione di set di dati pubblici, bensì anche fornendo l’opportunità ai cittadini di partecipare attivamente nei vari ambiti di governance come il processo decisionale, la definizione delle politiche e la risoluzione dei problemi comuni. Al fine però di verificare l’effettiva utilità ed utilizzabilità di open data è necessario ora procedere in maniera più analitica, e in altri e più concreti termini individuarne e declinarne l’uso in alcuni dei tanti processi democratici che si presentano al cittadino come occasione di esercizio di cittadinanza attiva, e cioè di partecipazione che dovrebbe essere promossa per garantire la continuazione ed implementazione della democrazia rappresentativa, per ridurre il divario tra i cittadini e le istituzioni di governo e per migliorare la coesione sociale[10]. In tale ottica, ai fini dell’analisi che si sta conducendo, può giovare suddividere l’esplicitazione concreta dei processi democratici in almeno tre distinte applicazioni che attengano più segnatamente alla partecipazione democratica, oppure alla consultazione pre-deliberativa ed infine al monitoraggio dell’azione politica.

Figura 2 – Framework Cittadinanza Attiva

Fonte: JCI – Junior Chamber International, 2023

Una prima chiave di identificazione di precisi processi democratici, e quindi di stima dell’utilità dell’approccio open data, è di certo legata alla partecipazione. Una democrazia partecipativa pone l’accento sull’azione congiunta e sulla collaborazione: in linea di principio i cittadini non si limitano a dare mandato a coloro che li amministrano[11], ma possono  – anzi devono –  anche impegnarsi attivamente e collaborare direttamente alle scelte di policy, alla risoluzione dei problemi della collettività, alla produzione ed erogazione di servizi ed all’attuazione delle politiche in un’ampia varietà di ambiti politici. Questa partecipazione/collaborazione dovrebbe realizzarsi durante tutto il processo decisionale e stimolare anche nuove modalità nell’affrontare problemi non solo civici, cui le amministrazioni pubbliche anche e soprattutto locali sono chiamate a rispondere. La principale caratteristica della democrazia partecipativa è qui evidente: il suo sistema ricco di valori accompagnato da una radicata etica di uguaglianza e tolleranza politica si attua, e quindi la collettività prospera, se e nella misura in cui le singole persone si impegnano nella vita pubblica ed in attività anche se non proprio politica strictu sensu, per lo meno civica, attraverso atteggiamenti democraticamente legittimi ed utili. La democrazia così declinata non può semplicemente essere costruita o sostenuta da elezioni vinte e mandati da assolvere, ma deve realizzarsi e svilupparsi nelle azioni che coinvolgano la collettività quanto meglio e più rappresentata[12].

Si potrebbe eccepire che forme di partecipazione che coinvolgono un’ampia gamma di attori nei processi decisionali siano già, e da tempo, contemplate nei sistemi democratici occidentali: i gruppi d’azione, le associazioni di categoria, i sindacati e lobby esercitano – con vari livelli di successo – pressioni nella definizione delle norme e delle politiche economiche e legislative; le organizzazioni rappresentative di settori imprenditoriali e quelle dei no profit trasmettono propri desiderata al governo attraverso report e libri bianchi; la comunità scientifica partecipa attraverso comitati tecnico-scientifici creati ad hoc a supporto delle alte sfere decisionali della PA. Tuttavia, tali meccanismi – alcuni dei quali anche ben rodati – non riescono a ricomprendere modalità e metodi efficaci da consentire alle amministrazioni pubbliche di rispondere alla collettività, non intesa come somma di interessi, ovvero di tutela corporativa, o dell’ascolto dei gruppi di pressione. L’idea partecipativa di fondo è che nel governo di un territorio quasi quotidianamente vengono prese decisioni forse poco note ai non addetti – ma non per questo meno importanti – che potrebbero essere migliorate se la tecnologia venisse usata per aprirsi alla partecipazione e supervisione a gruppi esterni di esperti e appassionati. L’uso di open data al servizio di meccanismi di partecipazione e democrazia collaborativa consentirebbe di rendere più facile per queste persone trovare le aree in cui possano/vogliano fornire il loro prezioso contributo alla collettività. Consentire e facilitare alle persone comuni – distinte dalle associazioni e dai gruppi di interesse – l’accesso e l’utilizzo di open data ne arricchisce il diritto e la capacità di partecipare e permette loro di formare nuovi gruppi rappresentativi, non istituzionali, più adatti ad affrontare nuove tipologie di problemi. Può facilmente intuirsi il lato debole di tale approccio: un coinvolgimento più attivo nel governo dei processi da parte di privati cittadini auto-selezionati potrebbe implicare un incremento del rischio di anomalie e corruzione, in quanto l’apertura dei canali di partecipazione potrebbe stimolare la proliferazione di istigatori e attivisti online che “partecipano attivamente” al mero scopo di soddisfare i propri interessi – non soltanto economici. Altro elemento di difficoltà, non necessariamente connesso alle patologie che affliggono la politica, riguarda la regimentazione dei processi open partecipativi, minati naturalmente dalla numerosità dei potenziali e reali, cittadini attivi e dalla gestione delle loro proposte, della conduzione e moderazione dei dibattiti e nell’assorbimento vantaggioso dei commenti. Se è vero che le tecnologie avvicinano la massa alla partecipazione, peraltro a basso costo, è altrettanto vero che nascono di conseguenza non pochi problemi di tempi e costi di gestione in termini di priorità, ordine, moderazione, filtro delle proposte e delle discussioni. A queste va poi aggiunta la tradizionale mancanza di fiducia[13] del cittadino nei confronti della PA quando quest’ultima raccoglie e conserva dati personali: malgrado i progressi della tutela della privacy permane (anzi è accentuata dalla sua versione digitale) una certa apprensione e diffidenza che ruota intorno al user-generated content data. Presumibilmente sono queste alcune delle problematiche[14] che frenano lo sviluppo-utilizzo di open data sotto il profilo della democrazia partecipativa-collaborativa, limitandosi questa a pochi casi concreti di successo ed eccellenze non sempre replicabili per ragioni di cultura e di contesto istituzionale[15].

Nell’approccio partecipativo, dunque, open data possono essere utili alla collaborazione, e quindi porsi al servizio della tecnologia necessaria per generare soluzioni creative ai bisogni collettivi sulla base della trasparenza del rapporto con le istituzioni e la piena disponibilità di informazioni. Ma v’è un altro approccio e conseguente cluster di processi democratici cui gli open data possono contribuire in maniera rilevante ed è quello consultivo. Tale categoria di processi consiste nelle attività di ascolto che precedono le deliberazioni politiche aventi ad oggetto sia scelte strategiche e policy di ampio respiro così come decisioni di più modesta entità e perimetro, ma con elevato impatto sociale o ambientale. L’orientamento open data basato sui processi pre-deliberativi si fonda sulla forte convinzione che via sia la necessità di una consultazione ed un dibattito aperto per trovare soluzioni collettive ai problemi pubblici, poiché sono necessari punti di vista distinti ed informazioni da più fonti per passare in rassegna le diverse opzioni e trovare una soluzione ottimale. Il baricentro è dunque sulla consultazione che precede la deliberazione, laddove la discussione è momento considerato topico del processo politico-decisionale, poiché la deliberazione si estrinseca nella formazione e sintesi delle opinioni e sul finale accoglimento convergente di una volontà generale. In tale ottica il ruolo dei cittadini è quello di partner nei processi democratici deliberativi e pertanto costoro necessitano di informazioni che diano una prospettiva dei meccanismi interni degli enti che li governano per poi poter partecipare informati e consapevoli nell’esprimere le loro opinioni e quindi indirettamente partecipare al processo decisionale.

Una tecnologia open data molto utilizzata e che può contribuire a rafforzare il rapporto consultivo tra cittadini ed amministrazioni in relazione ad un processo deliberativo spesso si concretizza in una piattaforma di discussione virtuale che consente la conversazione ed il dialogo con le istituzioni. Il ruolo delle amministrazioni pubbliche è quindi quello di “invitare/consultare” online (oltre che ad incontri in municipio) i cittadini a presentare le loro opinioni e esplicitare le loro visioni e prospettive sui precisi problemi posti alla loro attenzione e parere, e le tecnologie open possono rafforzare il processo pre-deliberativo creando condizioni di parità per tutti i partecipanti al dibattito consultivo pubblico e coinvolgendo direttamente i cittadini[16].

Questo tipo di utilizzo di open data si basa su piattaforme di discussione virtuali, wiki, repository con chat, blog – per non dire dei canali social – strumenti consultivi relativamente semplici da allestire/adattare e friendly da usare, catturando quindi anche fasce alte d’età piuttosto restie all’innovazione tecnologica. Quel che presenta problemi è però la loro gestione e manutenzione continuativa. Infatti, superata la barriera tecnologica ed immessi nella fase consultiva, i cittadini devono percepire quanto il loro contributo sia davvero significativo, soltanto così saranno motivati a impegnarsi civicamente. Questi devono essere dunque dettagliatamente informati, interessati e coinvolti nel processo consultivo, poiché dedicarsi alla causa pubblica, anche se online, è dispendioso in termini di tempo; d’altronde però maggiore è il numero di cittadini che contribuisce alla fase pre-deliberativa migliori e meglio accolte dovrebbero risultare le politiche adottate. Può facilmente intuirsi che i cittadini attivi che vengono consultati in fase pre-deliberativa sono più propensi a impegnarsi costruttivamente se credono che le loro idee e i loro suggerimenti verranno presi in considerazione e che le scelte deliberative, ancorché non adottandoli pedissequamente, ne terranno debitamente e correttamente conto. Ciò significa che le amministrazioni entusiaste al momento del lancio di campagne consultive pre-deliberative attraverso tecnologie open data dovrebbero mettere in conto che, per non invalidare il processo e non perdere credibilità, bisognerà poi analizzare ogni serio suggerimento e fornire ai singoli proponenti consultati un idoneo feedback sui motivi di accoglibilità/inaccoglibilità di alcune proposte – attività gravosa, sovente trascurata e causa del naufragio di molte commendevoli iniziative consultive.

Un terzo aggregato di azioni insite nel processo democratico facilitato dall’uso di open data si fonda essenzialmente sul principio di stewardship scaturente da qualsiasi rapporto di mandato conferito, in questo caso politico. Il ruolo dei cittadini nei processi di controllo sull’operato dei soggetti che hanno eletto come loro rappresentanti si fonda essenzialmente sulla necessità che siano ben informati e possano vegliare sulle azioni e conseguenti responsabilità di coloro che li amministrano. A ben vedere tale processo democratico è quello forse più immediatamente vicino e conseguente al concetto di trasparenza e quello anche che si tramuta in concreto anche nella disponibilità e l’uso di open data per sviluppare e realizzare un importante lavoro di supervisione civica e di controllo con responsabilità civile. Il punto centrale delle rilevazioni e dei dai forniti in maniera aperta si concentra sulle informazioni indispensabili di cui i cittadini hanno bisogno al fine di responsabilizzare le istituzioni che elettivamente li rappresentano. Quest’ordine di controlli politici e civici sono fondamentali non solo per contrastare e ridurre il fenomeno della corruzione e dell’inefficienza della spesa pubblica, ma anche per vigilare sull’aderenza dell’operato politico alle promesse dei programmi elettorali, e apprezzare all’efficacia di decisioni politiche-strategiche prese dalle amministrazioni. Queste dal canto loro devono divulgare le informazioni, meglio se in maniera proattiva e mediante il ricorso a open data[17], in modo da consentire al cittadino-elettore – purché questi sia interessato e adeguatamente istruito[18] – di formarsi un’idea sulla capacità di governo e sull’adeguatezza delle linee politiche intraprese ed in atto. A dire il vero, su questo fronte molto è stato prodotto direttamente dagli enti pubblici attraverso l’adozione dell’amministrazione trasparente, le c.d. casa di vetro ed altre operazioni verità. Tuttavia, la pubblicità degli atti[19], principio radicato anche nel nostro ordinamento, accompagnata dall’accessibilità degli open data, pur nell’ossequio delle norme e in linea con un atteggiamento aperto della PA non sempre sortiscono l’effetto informativo desiderato, comportando un forte divario tra una trasparenza per così dire formale: mera messa a disposizione di documenti ufficiali ed una trasparenza sostanziale: informazione articolata e dettagliata ad uso reale da parte della collettività. Infatti, molte questioni, attività ed azioni politiche si tramutano in atti e dati la cui interpretazione sovente presuppone conoscenze (anche specialistiche) di contabilità pubblica, scienza delle finanze, statistica, diritto degli enti locali ed amministrativo, solo per avventura patrimonio di un cittadino attivo che intenda svolgere una attività di monitoraggio. In più, ciò che sgomenta anche il più accanito monitore civico è l’insormontabile mole di atti prodotti dalla pubblica amministrazione centrale e locale, che seppure resa disponibile online in nome della trasparenza amministrativa, nella sua ridondanza si rivela sovente di fatto non direttamente usufruibile.

Fortunatamente spesso, alla pubblicazione diretta di open data da parte degli enti ed organi produttori di dati, si affianca il lavoro di organismi indipendenti che tentano di raccogliere, elaborare, sintetizzare e rendere leggibili anche ai non addetti ai lavori quegli stessi dati che, sebbene liberamente disponibili, non sono poi immediatamente utilizzabili. Molti sono gli esempi che si sono già da tempo sviluppati nel corso degli anni come TheyWorkForYou il cui slogan è “You shouldn’t have to be an expert to understand what goes on in Parliament. Your politicians represent you… but what exactly do they do in your name?”. TheyWorkForYou raccoglie, elabora open data del Parlamento inglese, scozzese, gallese, nordirlandese e della Città di Londra, e li presenta in un modo organizzato e facile da comprendere per tutti consentendo di verificare le attività assembleari dei parlamentari britannici, le sedute cui partecipano, le loro espressioni di voto, le mozioni ed emendamenti che hanno proposto ecc. Ormai in molti Paesi si è seguito l’esempio britannico, ed anche l’Italia ha il suo omologo: OpenParlamento curato da OpenPolis che si pone e persegue le stesse finalità seguendo analogo approccio informativo/divulgativo di open data pubblici. Giova aggiungere che una declinazione molto interessante dell’approccio divulgativo di elaborazioni open data per una facilità di lettura e consultazione, curato sempre da OpenPolis, è il ben noto portale OpenCoesione, altra iniziativa di open government concentrata sull’implementazione delle Politiche di Coesione in Italia laddove sono navigabili dati su risorse finanziarie di provenienza UE programmate e spese suddivise in progetti che sono monitorabili per localizzazione, ambiti tematici, soggetti (pubblici e privati) programmatori e attuatori, tempi di realizzazione e pagamenti. Questa disponibilità di dati anche geo-localizzati consente un preziosissimo livello analitico di informazione per tutti i cittadini (in special modo quelli attivi) i quali possono, sul proprio territorio valutare se e come le risorse finanziarie comunitarie vengono utilizzate in aderenza e nel rispetto ai bisogni della propria collettività.

In definitiva è indubitabile che una adeguata diffusione ed un sano ed opportuno ricorso ad open data, soprattutto le loro combinazioni sempre più innovative di utilizzo, a vario titolo e a vari stadi della vita politica e civica di una collettività, siano – e possano essere sempre più – di notevole impatto nella creazione di valore pubblico. Chi scrive ritiene infatti che la consapevolezza dei fenomeni e delle dinamiche politiche possa nell’immediato fornire strumenti democratici partecipativi, consultivi e di controllo dell’azione politica, e che in un’ottica più ampia determini – o per lo meno favorisca – apprezzabili processi di crescita civica, costituisca elemento primigenio sia di inspessimento del tessuto sociale che di formazione di una coscienza civile e quindi presupposto indispensabile per la tenuta sociale e sviluppo democratico di una collettività e del suo territorio.

[1]Open Data is rich with symbolic import: a liberating, modern and flexible tool and politicians frame the reforms as instruments of mass participation that will decisively change government” cfr. Worthy, B. The impact of open data in the UK: Complex, unpredictable and political,  in Public Administration, 93(3), 788–805, 2015.

[2] “Open means anyone can freely access, use, modify, and share for any purpose (subject, at most, to requirements that preserve provenance and openness).” Cfr. Open Knowledge Foundation, Open definition, DEFINING OPEN IN OPEN DATA, OPEN CONTENT AND OPEN KNOWLEDGE.

[3]While thousands of these datasets are now available and being put to a variety of uses outside the government, a number of valid criticisms have been made in terms of basic usability, weak application of stewardship principles, lack of data feedback and improvement mechanisms, and inadequate metadata” Dawes, S., & Helbig, N.. Information strategies for open government: Challenges and prospects for deriving public value from government transparency. In Electronic Government, 6228,50–60, 2010.

[4]Open government data initiatives are based on transparency, citizen participation, and collaboration for strengthening democracy. Through these three pillars, the publishing of government datasets not only has the potential of improving accountability and decreasing corruption, but it also affects all the involved stakeholders in a number of ways. This is, however, easier said than done. A number of barriers hinder public participation, and mostly include challenges related to the cultural domaincfr. Attard, J., Orlandi, F., Scerri, S., & Auer, S., University of Bonn, A systematic review of open government data initiatives, in Government Information Quarterly, 32(4), 399–418, 2015.

[5]Taken together, the literature fails to provide a theoretical framework combining theoretical and empirical insights on OGD with regard to its antecedents, decisions, and out-comes, in which the concept is framed more broadly in the context of the digital economy, and which yields a research agenda that meaningfully involves the feld of IS and digital business research” cfr. Bernd W. Wirtz, Jan C. Weyerer, Marcel Becker, Wilhelm M. Müller, University of Administrative Sciences Speyer, Open government data: A systematic literature review of empirical research, in Electronic Markets, 32:2381–2404, 2022.

[6]Our analysis in Section 3 showed that much research in the area of open data policy focuses on the supply-side. However, having a policy in place does not necessarily mean that public objectives that the policy is supposed to address are actually met” Anneke Zuiderwijka, Charles C. Hinnantb, Open data policy-making: A review of the state-of-the-art and an emerging research agenda, in Information Polity 24 117–129, 2019.

[7] Open Data Barometer è un indicatore prodotto da World Wide Web Foundation col sostegno di Open Data Charter dell’uso di open data da parte dei governi per la responsabilità, l’innovazione e l’impatto sociale.

[8]The term ‘transparency’ has enjoyed a considerable vogue in recent years in both the public and private sectors as part of the new governance agenda. It is frequently bracketed with accountability and the absence of corruption as a force for good in keeping the powerful in line. Much current usage, however, is unreflective and ignorant of the concept’s history, its various meanings and dimensions, and its potentially ambiguous value.” Cfr. Richard Mulgan, The Australian National University, on Transparency: The Key to Better Governance? Christopher Hood and David Heald (eds), Oxford University Press for The British Academy, Oxford, 2006, ISBN 0197263836.

[9] “Website development seems to be at the heart of open government and ‘techies’ are taking the lead. These practices narrow down the meaning of open government since it is not only about the availability of information but also about interactions between government and citizens. Put differently: open government is not only about openness in informational terms but also about openness in interactive terms. Separate practices of access to information and access to decision-making arenas need to be connected in fruitful way” Albert J. Meijer, Deirdre Curtin and Maarten Hillebrandt Open government: connecting vision and voice, in International Review of Administrative Sciences, 2012 78: 10

[10]Active Citizenship is a term used within European policy makers to denote particulars form of participation which should be promoted within Europe in order to ensure the continuation of participatory and representative democracy to reduce the gap between citizens and governing institutions to enhance social cohesion” Hingels A., , Saltelli A.,  Manca A.., Mascherini M., Hoskins B. Social capital and social cohesion in a perspective of social progress: the case of active citizenship, Busan, Korea 27-30 October 2009 – Proceedings of 3rd OECD World Forum

[11]According to the participatory model of democracy, this is normatively wrong as well as a sociologically dangerous reasoning. From this perspective, democracy can never be reduced to the act of voting ‘‘yes’’ or ‘‘no’’ to predefined alternatives every fourth- or fifth-year democracy is not only an institutional arrangement for electoral contests.” Cfr. Strömbäck, J. , In search of a standard: Four models of democracy and their normative implications for journalism. Journalism Studies, 6(3), 331–345, 2005

[12]Deliberative democracy has been the dominant view of participation in contemporary political theory. At its center is the Habermasian notion that the reasoned exchange of discourse by diverse individuals representative of the public at large produces a more robust political culture and a healthier democracy.  It has almost become a commonplace that people of diverse viewpoints should talk to one another town-hall style in public (this despite the fact that some recent empirical research even suggests that talking to people of differing viewpoints correlates to reduced participation in community life). It is a normative, democratic ideal unto itself and a means to the end of enhancing legitimacy in governance”. Cfr. Noveck, B.S. Wiki government. How technology can make government better, democracy stronger and citizens more powerful.: Brookings Institution Press, Washington, DC, 2010.

[13]There is fundamentally “a ‘trust tension’: between the need to collect data on individuals as the basis for providing services, which means that people’s identities are, now more than ever, disclosed to the government. ….  the fact is that many people do not trust the government with their data, even offline, and by the added element of cyber risk. Christopher Fernandes, Francesca Patten, “Digital Distrust: Assuring Security and Trust in Egovernment,” Dalhuosie Journal of Interdisciplinary Management, Volume 15, Spring,  2019 p. 3.

[14]a full understanding of organizational, standard, intellectual and cultural issue is critical to address those hindrances that impede governments from attaining the goals of incorporation, information exchange and interoperability” Saleh S.,  Nakshabandi O., Zeebaree M.,  Goran Y.I. Aqel M. Organizational Barriers which are Facing Electronic Government Implementation, in Studied of Applied Economics,  39(7), July 2021

[15] Per una rassegna cfr. Ali Clare, Auralice Graft, Akash Kapur et al. OMIDYAR NETWORK – GOV.LAB., Open data impact: when demand and supply meet- Key Findings of the Open Data Impact, Case Studies, Washington DC., 2016,

[16]democracy requires a system for the flow of information, for public discussion and for a watchdog function independent of the state. This is where media in general and journalism in particular enter the picture. In theory, they fulfill their part of  the social contract by providing citizens with the information they need in order to be free and self-governing, the government with the information it needs in order to make decisions in the common interest sensitive to public sentiments, an arena for public discussion, and by acting as a watchdog against abuse of power in politics and other parts of society.”  Strömbäck, J.  In search of a standard: Fourmodels of democracy and their normative implications for journalism. In Journalism Studies, 6(3 2005,),.p..332

[17] In Italia il portale dat.gov.it raccoglie i dati aperti della Pubblica Amministrazione.

[18] “However, the challenges that dis-/mis-/mal-information poses are far more complex. In fact, it is not only the dis-/mis-/mal-information of ‘messages’ that is deceiving citizens but what is also known as ‘dark patterns’. These are interface features designed to mislead, potentially deceive and ‘nudge’ citizens into a particular behaviour”, Carmi, E. Yates, S., J, Lockley E.; Pawluczuk, A. Data citizenship: Rethinking data literacy in the age of disinformation, misinformation, and mal information, Alexander von Humboldt Institute for Internet and Society (HIIG), Berlin, Internet Policy Review, Vol. 9, Iss. 2, pp. 1-22,

[19] “Government agencies generally have three driving forces to open up their data: transparency, innovation and efficiency. Firstly, open data is seen as an instrument to increase transparency and accountability e.g. by facilitating the Freedom of Information act. Predominantly in the US and the UK, citizens and NGOs push for open data to increase their ability to evaluate the process and performance of government agencies.. Secondly, open data is seen as an instrument to foster innovation. The European Commission claims that a European open data strategy can lead to a yearly economic value of 70-140 billion euros in the European Union alone. The promise of open data is that re-use of PSI by private and public parties will grow, resulting in new commercial and public services. Thirdly, open data is seen as a way to make information exchange within and outside the government agency more efficient.  Anne Fleur van Veenstra and Tijs  A. van den Broek, “Opening Moves – Drivers, Enablers and Barriers of Open Data in a Semi-public Organization” in Proceedings of the 12th IFIP WG 8.5 International Conference on Electronic Government pp 50–61

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