di Gaetano Di Palo
Una recente analisi sul rapporto tra la dimensione demografica dei comuni italiani e la loro capacità progettuale delinea un quadro tanto chiaro quanto complesso. Ad approfondire il tema è il professor Vittorio Amato, ordinario di Geografia Politica ed Economica presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Napoli “Federico II” e Responsabile Scientifico del Progetto di ricerca-azione “RePA” realizzato con il contributo della Fondazione IFEL Campania ed avente ad oggetto le dinamiche di sviluppo locale, con un focus particolare sulle aree interne.
“Il dato più evidente”, esordisce Amato, “è la correlazione positiva tra le dimensioni di un comune e la sua capacità di progettare, gestire e realizzare iniziative complesse. I comuni più grandi dispongono di strutture amministrative articolate, personale con competenze diversificate, dotazioni tecnologiche adeguate e un’esperienza consolidata nella gestione dei fondi europei e nazionali. Questi elementi determinano un vantaggio competitivo che si riflette in una minore necessità di formazione e, di conseguenza, in una maggiore efficienza complessiva”.
Il professore chiarisce che la questione non riguarda solo la quantità di risorse, ma soprattutto la qualità della loro gestione. “Nei contesti più strutturati si opera secondo logiche di pianificazione strategica, applicando strumenti di valutazione del rischio e di monitoraggio dei risultati. Ciò consente di affrontare l’intero ciclo di vita del progetto con un approccio integrato, riducendo sprechi e inefficienze. La formazione, in questi casi, non serve a colmare lacune, ma rappresenta un aggiornamento continuo delle competenze”.
Il divario con i comuni di minori dimensioni, tuttavia, resta profondo. “Nei piccoli enti”, prosegue Amato, “la scarsità di personale e la limitata disponibilità economica compromettono la possibilità di specializzazione. Spesso, i medesimi funzionari si trovano a gestire contemporaneamente settori diversi, senza il tempo e gli strumenti per seguire percorsi formativi mirati. Non si tratta di un limite individuale, ma di un problema strutturale”.
Il risultato è un’Italia amministrativamente diseguale, dove la capacità progettuale genera una nuova forma di divario territoriale. “La disomogeneità tra i territori”, sottolinea Amato, “non si traduce soltanto in differenze di efficienza, ma anche in una diversa percezione della pubblica amministrazione da parte dei cittadini. Laddove la macchina comunale è in grado di progettare e realizzare interventi, la fiducia nelle istituzioni cresce; altrove, invece, prevale un senso di abbandono. L’educazione civica e democratica dipende anche da questo: dalla capacità delle istituzioni di essere presenti e credibili”.
Secondo il professore, la sfida non è limitarsi a colmare il divario, ma costruire un modello collaborativo. “Le politiche pubbliche dovrebbero favorire la cooperazione tra comuni attraverso consorzi, unioni e piattaforme condivise, permettendo ai piccoli enti di accedere a competenze e tecnologie altrimenti irraggiungibili. È inoltre necessario un sistema stabile di mentoring da parte delle amministrazioni più esperte e una semplificazione burocratica che liberi risorse per la progettazione”.
Amato ritiene fondamentale anche il ruolo delle Regioni e dello Stato centrale. “Non possiamo permettere che la capacità progettuale diventi un fattore casuale o dipendente solo dalla buona volontà locale. Occorre un coordinamento istituzionale forte che sostenga la formazione e l’assistenza tecnica, ad esempio attraverso un piano nazionale di capacity building per la pubblica amministrazione locale. Senza questo supporto, le disuguaglianze continueranno ad ampliarsi”.
Il professore invita infine a un cambiamento culturale. “Dobbiamo superare l’idea che i piccoli comuni siano realtà residuali o marginali. Essi sono, al contrario, presìdi di democrazia, luoghi in cui la partecipazione civica si esprime quotidianamente. Rafforzarne la capacità progettuale significa rafforzare la tenuta democratica del Paese”.
Guardando al futuro, Amato auspica una maggiore attenzione alla valutazione d’impatto delle politiche di supporto. “Servono analisi empiriche e casi studio per misurare gli effetti delle strategie di formazione e collaborazione tra enti. Solo con dati solidi possiamo capire se le politiche messe in campo stanno davvero riducendo il divario”.
E conclude con una riflessione che riconduce il tema alla sua dimensione etica: “Dietro ogni progetto c’è una visione di comunità. La capacità di progettare non è solo una competenza tecnica, ma anche culturale: è la capacità di immaginare il futuro e di tradurre questa visione in azioni concrete. Quando un’amministrazione è in grado di farlo, contribuisce non solo allo sviluppo del territorio, ma anche alla crescita democratica dei suoi cittadini”.


