Pubblica amministrazione Matino: “Dentro ai faldoni c’è la speranza della gente”

Matino: “Dentro ai faldoni c’è la speranza della gente”

di Francesco Avati

La burocrazia è un cancro”: l’espressione è di quelle forti perché chiama in causa una parte fondamentale dello Stato italiano, si potrebbe dire l’ossatura stessa di tanti Enti Pubblici, Ministeri, Regioni, Comuni. Diventa però fortissima perché a proferirla non sono cittadini comuni ma vescovi. Quelli riuniti per preparare l’assemblea generale del consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana l’hanno detto a chiare lettere: “Di questo passo il divario tra Nord e Sud è destinato a crescere”. Dunque, che succede? La burocrazia è diventata una cellula impazzita che lavora per la distruzione del Paese?

È sicuramente una provocazione forte” ammette Gennaro Matino, parroco della Chiesa della Santissima Trinità in via Torquato Tasso a Napoli, docente di Teologia Pastorale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e di Storia del Cristianesimo presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, soprattutto una delle personalità di spicco del mondo ecclesiastico campano.

Una provocazione forte – dice – che però esprime quello che anche la comunità europea spesso ha criticato all’Italia. Ciò non significa che la burocrazia sia di per sé un male. La burocrazia è l’organizzazione di persone e risorse destinate alla realizzazione di un fine collettivo. Dunque, serve allo Stato, è necessaria per principio a una qualsiasi struttura affinché questa venga governata. Anche nella chiesa c’è una burocrazia che, per certi aspetti, è ancora più farraginosa di quella dello Stato. Quando la Cei parla di cancro, di certo, non lo fa con la volontà di offendere strutture e persone che svolgono ogni giorno pienamente il loro dovere con coscienza e abnegazione. Lo fa per ricordare che in molti casi i rallentamenti che nascono dalle procedure burocratiche diventano un cancro perché uccidono la speranza, soprattutto in questo tempo di Covid-19. Basti pensare a quanto avvenuto con le misure di sostegno al lavoro…”.

Si riferisce alla cassa integrazione?

Sì. Quello è un esempio eclatante: dopo 6 mesi neanche un euro a causa della lentezza burocratica, tanto che persino il Presidente del Consiglio Conte ha dovuto prenderne atto invitando l’Inps a lavorare anche di notte se necessario per risolvere la situazione. Io, allora, non mi scandalizzerei del termine forte utilizzato dai vescovi della Cei quanto piuttosto approfondirei quel richiamo che non si rivolge a chi fa il proprio dovere al servizio dello Stato con coscienza e criterio ma a chi lascia faldoni giorni e giorni a impolverire negli studi e sui tavoli di lavoro. In quei faldoni c’è la speranza della gente”.

Secondo la Cei, l’eccesso di burocrazia, uguale in tutta Italia, rischia di allargare, soprattutto nell’era Covid-19, il divario tra Nord e Sud. Condivide?

Condivido anche se non è solo la burocrazia che allarga il divario tra Nord e Sud. Le parole servono per comprendersi, le parole sono suono e come suono vanno suonate da uno strumento adatto. Qui il problema non è lo strumento ma di chi lo suona”.

Si spieghi meglio.

Il problema al Sud non è tanto la burocrazia quanto la mancanza di visione, sulla quale, dobbiamo dire, ci sono responsabilità larghe che vedono insieme lo Stato – e nello stato la burocrazia – la politica – e nella politica la corruzione – ma anche la Chiesa, che adesso giustamente richiama a quelli che sono i percorsi necessari ma che quando in passato poteva far qualcosa non l’ha fatto con la dovuta forza. Non mi scandalizzo delle parole dette a condizione che poi vengano gridate anche nei fatti”.

Pare, la sua, una severa autocritica.

Noi Chiesa abbiamo nel Sud un problema e cioè quello di non riuscire a parlare con una sola voce. Anche quando abbiamo provato a farlo, quando le chiese del sud si sono messe insieme per provare a ragionare della situazione dello Stato, al di là di un convegno e di un documento, non si siamo riusciti ad andare, non siamo riusciti, cioè, a mettere insieme il lavoro anche fruttuoso, dinamico e intelligente che le singole chiese locali del meridione mettono in atto. Per me, anche quello è un vizio burocratico, in senso lato, perché l’eccessiva concentrazione nelle mani di singoli vescovi sul territorio e la necessità di riprodurre uguali sistemi rischia in qualche maniera di rallentare un’azione comune”.

I vescovi della Cei, oltre a ricordare i ritardi nella ricostruzione post-sisma in Umbria, Marche, Lazio, dove la burocrazia tiene bloccati diversi progetti, e nel piano di riparto dei fondi covid (sono ancora attesi per le scuole cattoliche), sottolineano l’allargamento della fascia di povertà che emerge dall’osservatorio della Caritas, con piccoli imprenditori costretti alla resa perché schiacciati dalle tasse. Come far fronte a questa situazione? È sufficiente alleggerire i carichi della burocrazia?

È chiaro che ci troviamo in una situazione emergenziale, ancor più accentuata nella sua gravità da atavici problemi difficili da gestire: precarietà, povertà diffusa, mancanza di lavoro. Però, proprio in questo momento così estremo di emergenza dal punto di vista economico, non dimentichiamo che l’Europa si è svegliata e ha dato una valanga di denaro all’Italia. Per cui, da un lato c’è l’emergenza attuale e immediata, quella che fa piangere e che mette a rischio il futuro di tante persone, dall’altro però c’è una possibile via d’uscita per il Paese da storiche precarietà attraverso un investimento adeguato di idee e di visioni grazie all’aiuto così copioso che viene dall’Europa”.

Un’occasione, insomma, da non perdere.

Certo che no. Tra le tante cose che i vescovi hanno ricordato, a proposito di burocrazia e di opportunità mancate per l’Italia e per il Mezzogiorno, c’è anche la questione relativa ai Fondi Europei. In questi anni abbiamo visto arrivare da Bruxelles tante risorse che proprio a causa dell’eccessiva burocratizzazione delle procedure sono andate perse. Stiamo parlando di milioni e milioni di euro messi a disposizione delle Regioni per progetti che non sono andati più avanti, che sono falliti o che a volte non sono neanche mai nati. Ecco perché dico che questa di oggi è un’occasione storica formidabile: è vero che stiamo vivendo un momento difficilissimo ma è anche vero che è un tempo di straordinarie possibilità”.

Cosa fare?

Il punto è sapere investire le risorse che ci giungeranno con coscienza, con capacità, con intelligenza, con visione, e con una burocrazia che in questo caso è necessaria – è inutile che ci giriamo intorno – ma va usata meglio per dare risposte all’attuazione di un progetto complessivo. Ovviamente questa burocrazia deve essere intelligente, snella, dinamica e nello stesso tempo umana, cioè in altri termini a dimensione d’uomo. Perché è lì il discrimine: se rispetti le carte ma non rispetto l’uomo, non servi più allo scopo”.

Ritiene che di fronte a questa situazione possa avanzare un cancro ben più pericoloso, quello dell’usura, del racket e della criminalità organizzata?

Assolutamente sì, anche perché di fronte ad un’emergenza che richiede qui e subito un intervento forte e venendo meno per burocrazia lenta la risposta dello Stato, il rischio è proprio che si faccia avanti l’antistato che invece di liquidità ne ha molta e fondamentalmente su quell’ampia disponibilità gioca il suo ricatto successivo a chi illude di aiutare. Una burocrazia più snella perché risolutiva, veloce ad erogare, precisa a riscuotere: “Se non rispetti i patti, te la faccio pagare in maniera immediata”. Ma credo che ci sia un rischio ancor più grosso…”.

Quale?

Quello che l’imprenditore, piccolo o grande che sia, di fronte alla fatica enorme di dover portare avanti la propria impresa, possa rinunciare alla ricerca del nuovo capitale necessario a portare avanti l’attività. E così costretto, o peggio rassegnato e deluso, possa decidere di vendere la fatica di una vita a chi gli offre capitale fresco subito togliendogli il fastidio del debito ma anche la fatica di dover, in qualche maniera, immaginare un modo per andare avanti in un tempo così complesso. A dir la verità, non parliamo solo di un rischio. Sta già avvenendo: tante imprese vengono cedute alla mafia e alla camorra, grandi capitali in varie parti di Italia si spostano dalle mani pulite alle mani sporche per far riciclare i fiumi di denaro nascosto e illegale”.

La burocrazia esiste anche perché ci sono esigenze da tutelare, come quelle della legalità e della trasparenza, per evitare per esempio che la malavita possa accedere a risorse pubbliche…

È così. La legge serve per questo e la burocrazia è il criterio di organizzazione e di risposta a principi giuridici di quest’ordinamento. In poche parole, la burocrazia nasce dalla legge ma, come ho detto, è solo uno strumento e come tutti gli strumenti suona bene se è in mano a un buon musicista. Il problema, in definitiva, non è la burocrazia ma il burocrate che o è all’altezza o non lo è. O peggio è corrotto e a quel punto salta tutto il sistema”.

Secondo lei, va ripensata l’organizzazione della macchina burocratica?

Assolutamente sì, va ripensata l’organizzazione e nello stesso tempo va ripensata anche la fruizione. Perché la deburocratizzazione passa attraverso la culturalizzazione alla via amministrativa del singolo cittadino, il quale deve farsi parte attiva. Anzi, è lo Stato a doverlo rendere parte attiva per il conseguimento dei propri diritti. In questo percorso, credo che la messa in rete di tanti servizi possa in qualche modo facilitare il cittadino a venirne fuori”.

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