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Diseguaglianze, Ai e ruolo delle donne. Ecco Metropolis 2026: il futuro di 100 anni fa è arrivato

di Lucia Serino

Cento anni fa, Fritz Lang, maestro del cinema tedesco e figura centrale dell’Espressionismo cinematografico, portava sullo schermo Metropolis, un film che oggi celebriamo come capolavoro visionario della storia del cinema. Ambientato nel futuro, proprio nel 2026, Metropolis raccontava una città divisa verticalmente, popolata da grattacieli scintillanti e dalle profondità sotterranee dove gli operai lavoravano come ingranaggi di un sistema industriale che li riduceva a mere macchine viventi.

Ebbene, il futuro immaginato da Lang è arrivato. Nella straordinaria capacità di anticipare tensioni sociali, disuguaglianze e sfide urbane che oggi ci riguardano da vicino. La tecnologia non sempre libera, anzi rischia di alienare, le diseguaglianze sociali possono diventare incolmabili, e le città continuano a crescere in verticale, con ricchezza e povertà che convivono in spazi separati. Le crisi contemporanee – economiche, ambientali, sociali – non fanno che rafforzare l’urgenza di ripensare la città come spazio di equità e partecipazione. La fiducia dei cittadini nelle istituzioni, oggi più che mai, va costruita passo dopo passo, non come effetto di imposizioni ma come risultato di trasparenza, inclusione e capacità di dare risposte concrete ai bisogni delle comunità.

Nel film, il Maschinenmensch, l’androide dalle sembianze umane, anticipa scenari di robotizzazione e intelligenza artificiale capaci di influenzare comportamenti e generare conflitti. Le macchine volanti, le strade sospese, i sistemi di comunicazione visiva, pur avanzati, servono al controllo sociale e al mantenimento delle gerarchie. E tra le “Mani” degli operai e il “Cervello” della classe dirigente si consuma una lotta che, se non mediata, minaccia di sfociare nel caos. La storia ci ricorda che l’innovazione tecnologica, se non accompagnata da valori etici e da strumenti di inclusione, può diventare fonte di alienazione e di disuguaglianza.

Oggi, nel nostro 2026, queste immagini ci parlano con sorprendente contemporaneità. Automazione, intelligenza artificiale, rischio di esclusione digitale, disuguaglianze crescenti e fragilità sociali attraversano le nostre città e le nostre comunità. Ma Metropolis è anche una lezione di speranza. Maria, figura di mediazione e cura, ci ricorda che la coesione sociale, il dialogo tra le classi e l’empowerment femminile sono strumenti indispensabili per costruire un futuro sostenibile. La “città delle donne”, in cui le competenze femminili guidano innovazione, inclusione e attenzione ai bisogni dei cittadini, diventa oggi un modello concreto di progresso e resilienza urbana.

Poliorama apre il 2026 con Metropolis perché l’arte sa spesso interpretare la realtà meglio di leggi, statistiche o piani strategici. Lang intuì le dinamiche che ancora oggi ci interrogano: disuguaglianza, povertà diffusa, automazione, rischio di alienazione, ma anche le possibilità di mediazione e ricomposizione sociale. Temi su cui la Fondazione IFEL Campania si impegna quotidianamente, supportando la strategia della coesione sociale, digitalizzazione e valorizzazione del ruolo delle donne nella trasformazione delle comunità. La città digitale è lo spazio in cui servizi pubblici, infrastrutture e comunità dialogano, dove l’innovazione diventa strumento di inclusione, partecipazione e fiducia reciproca tra cittadini e istituzioni.

Il centenario di Metropolis è dunque un invito a guardare al presente con occhi più attenti e al futuro con responsabilità concreta. Le città, le comunità e le istituzioni non possono limitarsi a osservare i cambiamenti: devono accompagnarli, orientandoli verso umanità, solidarietà ed equità. Come Maria nella città di Lang, il compito di chi ha responsabilità pubbliche è mediare, guidare, dare forma a un futuro in cui tecnologia e dignità umana avanzino insieme, in cui le opportunità siano accessibili a tutti e il progresso non lasci indietro nessuno.

Perché se Metropolis ci parla dopo cento anni, significa che il futuro che dobbiamo costruire è ancora nelle nostre mani. E che la città che immaginiamo – digitale, inclusiva, attenta alle donne e capace di riconciliare diverse comunità – non è una fantasia: è un progetto concreto su cui la Pubblica amministrazione e la società civile sono chiamate a investire, con coraggio, visione e responsabilità.

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