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Fra scandali, avatar e realtà virtuali, il Metaverso è già qui

di Valeria Mucerino e Salvatore Parente

Facebook cambia nome, diventa Meta e tenta di evolversi per aggredire fette di mercato ancora libere. Terre vergini, “incontaminate” a cui tutti i grandi Player ambiscono. La transizione digitale è la chiave di volta per la crescita di un social che, dall’anno della sua fondazione nel 2004, ad oggi, è diventato così presente, pervasivo e importante per le dinamiche (non solo sociali) di tanti. I numeri parlano chiaro: Facebook è presente in 167 paesi, pari al 92% degli Stati, rappresenta la più grande piattaforma a livello globale con 2.6 miliardi di iscritti e mira ad accogliere gli altri potenziali 4.3 miliardi di persone ancora fuori dal suo circuito e, materialmente, privi dei mezzi (connessione a internet e device) necessari. Il progetto è ambizioso ma di lunga gittata e guarda almeno ai prossimi dieci anni.

Ma di cosa parliamo quando parliamo di metaverso? Il metaverso è una sorta di mondo parallelo, una realtà virtuale condivisa attraverso internet e nel quale gli utenti si muovono e vivono attraverso un proprio avatar. A coniare il termine e a darne una definizione fu Neal Stephenson nel libro di fantascienza Snow Crash del 1992, con i primi esempi pratici che risalgono ai giochi di ruolo in rete multigiocatore e di massa Mmorpg (Massively Multiplayer Online Role-Playing Game) o le chat tridimensionali come Second Life e Active Worlds. Verrebbe da dire, a ragion veduta, che quindi non c’è nulla di nuovo sotto il sole, almeno dal punto di vista tecnologico, eppure le novità ci sono. Innanzitutto, l’idea alla base di Meta è quella di una piattaforma futuristica che partendo da Facebook vuole fondere Whatsapp, Instagram, Messenger, Horizon Virtual Reality e Oculus Quest Virtual Reality (tutte acquisizioni effettuate da Zuckerberg in tempi non sospetti). Inoltre, oggi, ad occuparsi di metaverso è il più grande social network del mondo, Facebook, che ha la possibilità di avvalersi di un privilegio competitivo senza eguali: un tasso di engagement smisurato.

Con Meta la vita reale andrà a braccetto con la vita virtuale, un mashup tra l’online e l’offline che si concretizzerà nella nascita di un universo digitale “onlife” le cui funzioni spazieranno dall’intrattenimento al mondo del lavoro. Uno strumento in grado di trasportare gli utenti da un’esperienza all’altra restando comodamente nel comfort della propria casa indossando un semplice visore. A viaggiare, a muoversi, sarà un avatar, che potrà fare un giro intorno al mondo per visitare il Moma di New York e il Louvre a Parigi o semplicemente farà da supporto nelle faccende quotidiane. L’avatar praticherà immersioni nella barriera corallina, andrà in ufficio ad organizzare riunioni o anche al pub con gli amici. Uno spazio virtuale il cui unico confine è l’immaginazione, ma che, tuttavia, dovrà inevitabilmente fare i conti con una approfondita analisi costi/benefici per gli individui. Se è vero, infatti, che il nuovo sistema può annullare distanze economiche, politiche e sociali, è anche vero che a pagarne lo scotto sarà probabilmente la socialità, l’interazione face to face, e, magari, la sicurezza dei dati e la privacy di ciascuno di noi. 

Gli scandali di Facebook. Il recente passato di Facebook non è di certo esente da polemiche e scandali in merito alla sicurezza dei dati in possesso della società statunitense e sulla gestione dei contenuti pubblicati sul social. I report interni di alcuni ex dipendenti che denunciano una scarsa attenzione alla rimozione dei post d’odio, razzismo, xenofobia e fake news veicolati tramite Facebook, rappresentano solo uno degli ultimi scossoni vissuti dal colosso americano. Ne è un esempio il caso Cambridge Analytica, con i dati personali di oltre 50 milioni di cittadini americani e britannici ceduti illegalmente alla omonima startup creata dal miliardario conservatore Robert Mercer e da Steve Bannon (allora braccio destro e factotum della comunicazione di Donald Trump) per orientare il voto degli elettori (in tema di presidenziali americane e Brexit); il caso della cessione, senza consenso, di dati personali di milioni di utenti ad Apple, Samsung ed altre aziende hi-tech per meglio sviluppare i device futuri di queste ultime; e ancora i security breaches in tutto il mondo, le multe salate dalle authority internazionali e le numerose audizioni nelle aule delle commissioni del Congresso statunitense, sono la somma di una crescita esponenziale e quasi incontrollata di Fb.

Che ora, per via dei Facebook Papers finisce ancora una volta nel mirino. Raccolti dal Wall Street Journal i documenti, resi noti dalla whistleblower Frances Haugen, una ex dipendente del colosso a stelle e strisce, rivelano i fallimenti della dirigenza nel contenere la disinformazione (fake news) e l’incitamento all’odio e alla violenza (hate speech) sulla piattaforma, soprattutto per non danneggiare i profitti. Non a caso, i post più divisivi e controversi ottengono, secondo gli studi delle Università di New York e Grenoble, sei volte più clic rispetto alle altre notizie attirando maggiore attenzione, engagement e, di conseguenza, investimenti pubblicitari. Il business model, in epoca di infodemia non consente, se non al prezzo di fatturati più contenuti e guadagni meno lauti, un’etica ben definita. Zuckerberg, intanto, prova a difendersi dalle accuse e a mettere insieme una serie di iniziative e di correttivi per cercare di tappare alcune delle falle emerse. Come, fra le altre, la cattiva influenza di Instagram sui giovani e i teenager (una sorta di effetto tossico), che inseguono modelli e canoni di bellezza estremi, rovinando la propria auto-consapevolezza; la difficoltà, su Facebook, di controllare i contenuti nocivi, violenti e lesivi della reputazione; l’assenza di check dei contenuti prodotti dagli Influencer più importanti e, non da ultimo, il differente comportamento del social in relazione ai vari governi nazionali “ospitanti”. Meta, che può sembrare il nome salvifico dietro cui trincerarsi, vede Zuckerberg impegnato in una rivoluzione totale della vita e del social che si presenta con infiniti spazi e mille possibilità, ma sapremo farne buon uso e, soprattutto, gli owner avranno imparato dalle lezioni del passato?

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