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Il sociologo belga de Kerckhove: “La gente si è stancata dei social. I giovani migrano verso nuove piattaforme”

di Nino Femiani

È fuga dai social network: secondo il Digital Consumer Trends Survey 2021 di Deloitte il 22% degli italiani ne ha abbandonato uno lo scorso anno per contenuti noiosi, fake news e perplessità sulla sicurezza della propria privacy

Il sondaggio Digital Consumer Trends Survey 2021 di Deloitte è certo sorprendente. Perché, viste le tante persone che smanettano con lo smartphone tra le mani per 18 ore al giorno, si poteva immaginare che ormai il telefonino fosse davvero il prolungamento della nostra coscienza, il portatore sano della nostra conoscenza, il canale attraverso cui navigare nel mondo.

E invece no. La stagione che stiamo vivendo è quella del riflusso, del sospetto verso quelle piattaforme che ci erano apparse come la lampada di Aladino. Perché? Perché non piacciono i contenuti, si leggono troppe false notizie e poi si mette a rischio la propria privacy. Ecco il motivo per cui il 22% degli italiani ha lasciato un social lo scorso anno. Ma è un abbandono definitivo? «La verità è che la gente si è stancata dei social network», risponde Derrick de Kerckhove, sociologo e docente alle università di Toronto e Napoli, considerato l’erede intellettuale di Marshall McLuhan, ma soprattutto visionario della cybercultura e delle nuove tecnologie.

Stanchezza di che tipo?

«Le persone hanno iniziato a usare la rete per lavorare e i social sono stati visti come un’appendice frivola, talvolta ripetitiva e noiosa. Stanno perdendo interesse e gli utenti si sono resi conto che non hanno più molto tempo da passare davanti allo schermo per chiacchierare o spettegolare. Per quel 22% i social appaiono un modello superfluo e banale, alcuni si sono semplicemente scocciati. E poi c’è il tema della privacy, acuito dallo scandalo di Facebook. Infine c’è una certa moda a lasciare le piattaforme social».

Mi si nota di più se non ci sono?

«Negli Usa, e ormai anche in Europa, molti giovani pensano che non vogliono stare sulle piattaforme frequentate dai loro genitori. E traslocano, prima su Snapchat ora su Tik Tok».

Quanto contano le fake news nella disaffezione alle piattaforme social?

«Poco. Sono importanti più per i giornalisti che per la gente comune».

Aumentano gli utenti dei contenuti in streaming. È l’agonia della tv generalista?

«Non penso affatto che lo streaming prenda il posto della tv generalista, ma che, anzi, occupi sempre più il posto dei social. Ritengo che la tv generalista non subirà la concorrenza mortale e definitiva dello streaming perché dà l’impressione di essere parte di una comunità. E quando c’è paura, come in questo momento, attaccarsi a una simil-comunità è la cosa più importante».

La pandemia come ha trasformato l’uso di internet?

«Ha cambiato l’equilibrio tra spazio reale e spazio virtuale. La gente ha capito una cosa che dico da dieci anni: la cultura digitale è una trasformazione epocale che è stata accelerata dalla pandemia. E non si tornerà indietro perché ha mutato non solo la nostra vita quotidiana, ma anche il nostro modo di essere e relazionarci con il mondo. Interattività, lavoro a distanza, DaD. Sono tutte cose destinate a restare, indietro non si torna».

Il cyberwork, di cui tanto si parla durante la pandemia, ci rende davvero più liberi e flessibili?

«Ci sono tanti vantaggi. Ci sono persone che hanno piacere a non prendere l’auto per andare in ufficio, che non sentono più il sentiment che avvertivano prima verso il loro posto di lavoro, impiegati a cui non manca la stanza in cui prendevano il caffè con i colleghi. Certo, ci sono altri che lamentano il fatto di non poter incontrare i colleghi faccia a faccia. Perciò io penso che dopo la pandemia arriveremo a una situazione blended. Ma di certo non torneremo a prima della crisi».

Imboccare la strada della cultura digitale. Non c’è il rischio però di rimanerne schiacciati?

«Io vorrei poter avere il lusso di essere schiacciato, ma la scelta non ce l’abbiamo. C’è una tendenza irreversibile, Internet è stato il ‘cavallo di Troia’ che ha portato nella nostra vita tutto il resto. Da allora in poi ci affidiamo sempre più a un qualche assistente digitale per ottenere notizie, comprare cose, divertirci, lavorare. E tutto questo è arrivato sulle nostre teste senza un momento di riflessione, senza che potessimo dire: basta, distruggiamo pc e telefonini come facevano i luddisti con le macchine».

Internet è abbinato alla parola libertà. Eppure oggi il controllo delle reti è nelle mani di pochi oligarchi fino a renderci sempre più diffidenti. Come si esce da questa contraddizione?

«Non ne usciamo. La libertà nel nostro tempo è diventata un’illusione democratica. Attraverso la raccolta di dati e l’analisi, stiamo diventando sempre più materia prima. Se non paghi il prodotto, tu sei il prodotto».

Che futuro ci aspetta: il web ci spingerà verso un nuovo umanesimo o verso catastrofi totalitarie?

«Certamente non il primo. l’umanesimo digitale è un ossimoro. Non vorrei apparire pessimista ma il totalitarismo è già a casa. L’Intelligenza Artificiale non ha ancora detto tutto e la sfida che abbiamo di fronte sarà come negoziare la nostra trasformazione, come mantenere una autonomia mentale. Siamo a un passaggio decisivo, alle prese con sviluppi tecnologici quantistici. Spero che la trasformazione quantistica sia più democratica dell’era dell’iPhone e ci porti verso un nuovo equilibrio tra umanesimo e digitale».

La trasformazione quantistica cambierà anche i nostri modelli democratici?

«Sì, perché potrà dare potere alla gente in una misura ragionevole. Ma la domanda da porre è un’altra».

Quale?

«Quanto esteso potrà essere il volume di popolazione mondiale che partecipa attraverso la democrazia virtuale?».

 

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