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L’ascesa degli NFT, i “certificati digitali di unicità” che valgono oro

di Stanislao Montagna

Il futuro del mercato dell’arte, che sembra essere sempre più digitale

Se mettiamo insieme il Ceo di Twitter, Jack Dorsey; il fondatore di Tesla, Elon Musk; gruppi rock americani, sportivi e fondi di investimento, possiamo notare che in comune hanno una grandissima novità che negli ultimi mesi ha accentuato il successo degli stessi facendo parlare stampa e media. Ci riferiamo agli NFT, ovvero i “non-fungible token”. La nuova frontiera della tecnologia blockchain e della proprietà intellettuale on line.

Gli NFT certificano la rarità digitale di un bene, sono definiti anche “gettoni crittografici”, gli NFT sono dei sistemi che permettono di certificare la rarità digitale di un bene. Un’opera d’arte, un video, perfino un tweet. Il tutto basato appunto sulle blockchain, equivalente digitale di una transazione, utilizzato per la generazione di criptovalute come i Bitcoin e gli Ethereum.

Al fine di comprendere meglio di cosa parliamo procederemo con degli esempi concreti. I “gettoni” hanno la caratteristica peculiare di essere unici. E possono certificare un qualsiasi “oggetto”, fisico o virtuale che esso sia. Così, chi compra un NFT che corrisponde ad un’opera artistica digitale, possiede – in realtà – soltanto il certificato di autenticità e proprietà. Un documento emesso dal creatore dell’opera, sul quale c’è “scritto” che essa è stata ceduta. Ciò non significa che l’opera in questione diventi privata. Al contrario, può tranquillamente restare on line, accessibile a tutti. Può valere per un video, una musica, una foto, una grafica vettoriale o Gif (tra le più gettonate) o per una qualsiasi immagine.

Lo stupore del web e dell’alta finanza sta nelle cifre stratosferiche alle quali sono stati venduti alcuni di tali certificati. Jack Dorsey, patron di Twitter, ha ceduto ad esempio il suo primo tweet, risalente al 2006. L’asta per il relativo NFT ha fatto salire il prezzo a 2,9 milioni di dollari. L’inventore di Nyan Cat – un meme particolarmente noto – ha venduto l’opera per 300 Ether, la seconda più diffusa criptovaluta al mondo per un controvalore di 470mila euro.

Una cantante canadese Grimes, che ha ceduto la sua collezione digitale di opere d’arte per 6 milioni di dollari. Un’opera di Banksy è stata invece data alle fiamme proprio per agganciarci un NFT.

Everydays: the first 5000 Days di Beeple – 69.3 milioni
È l’NFT più costoso ma anche l’opera più venduta al prezzo più alto di un artista vivente

Ma perché comprare un tweet o un’opera? Semplice: perché il valore degli NFT è legato ad un certificato di proprietà unico. Basato sulla tracciabilità del proprietario, del creatore, su date e storico delle transazioni. Un giornalista del New York Times, per esempio, ha di recente provato a vendere un suo articolo NFT con questo claim: «fate un’offerta, e possederete il primo NFT con 170 anni di storia». La vendita è stata conclusa per 560mila dollari.

Come la mettiamo invece se ragioniamo di “bolle speculative”? Ci troviamo di fronte all’ennesima “bufala” finanziaria? Secondo la direttrice de l’Atelier-BNP Paribas, non possiamo dirlo: «Per stabilire se esiste una bolla nell’economia fisica o nei mercati finanziari, occorre un punto di riferimento. Che permetta di stabilire un prezzo rispetto ad un valore reale. In questo caso non abbiamo tali dati a disposizione nel settore degli NFT. L’economia virtuale è completamente diversa da quella fisica».

Ciò che sappiamo però, è che il prezzo medio di un NFT dai suoi 4mila dollari di febbraio, è sceso a 1.250 dollari ad aprile e nei prossimi mesi sapremo se ci troveremo dinanzi all’esplosione di una bolla ma quello che certamente è già esploso, è il consumo di dati. Infatti, per la “fabbricazione” degli NFT occorre una potenza di calcolo gigantesca dislocata in tutto il mondo, stesso principio su cui si basa anche la creazione di criptovalute, chiamato “mining”. Un’infrastruttura estremamente energivora e che comporta, di conseguenza, enormi emissioni di gas ad effetto serra. Innovativa, remunerativa e “smart” sì, ma quanto rispettosa dell’ambiente?

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