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“O sole mio”: storia di un legame inaspettato tra Napoli e Odessa

di Valeria Mucerino

Che bella cosa ‘na jurnata ‘e sole
N’aria serena doppo ‘na tempesta
Pe’ ll’aria fresca pare già ‘na festa
Che bella cosa ‘na jurnata ‘e sole

Questa strofa di ‘O sole mio è tra le più conosciute e cantate al mondo, non a caso parliamo della canzone simbolo dell’Italia che riecheggia in loop tra i vicoli di Little Italy a New York come a Toronto e nel resto del globo, eppure i suoi versi, che nella mente di tutti evocano lo spirito, il colore ed il calore di Napoli, sono invece stati composti ammirando il cielo di Odessa, in Ucraina.

Guardando oggi le macerie della città ucraina, parrebbe impossibile associare la scanzonata natura del popolo partenopeo alla perla del Mar Nero devastata dalla guerra, ciò nonostante esiste un legame tanto indissolubile quanto inaspettato tra le due terre, al punto che Odessa, nei primi anni dell’800, meritò il soprannome di “piccola Napoli” (fu il nobile napoletano José de Ribas, nato e cresciuto a Napoli e poi giunto al servizio del principe russo Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, a fondare la città).

È a suggello dell’incontro di queste due culture che nasce uno degli inni italiani. Nei primi mesi del 1898, infatti, Giovanni Capurro scrisse i versi di O sole mio e ne affidò la musica al posteggiatore, nonché suonatore ambulante, Eduardo Di Capua, giovane autodidatta che in quel periodo era in partenza per Odessa insieme al padre per un lavoro alla corte dello zar Nicola II (era uso diffuso all’epoca che i posteggiatori napoletani fossero invitati ad allietare le mense delle famiglie reali d’Europa). Ritornato a Napoli, Di Capua cedette i diritti all’editore, ex garibaldino, Bideri, il quale la presentò al concorso per la Piedigrotta di quell’anno. La leggenda sulla nascita della canzone narra che i versi furono ispirati dalla vista di una delle donne più belle di Napoli, Anna Maria Vignati-Mazza, nella realtà, invece, Capurro le dedicò la canzone sperando in una raccomandazione del marito, il senatore napoletano, Giorgio Arcoleo, membro della giuria del concorso. La raccomandazione non arrivò e O sole mio vinse il secondo posto, ma fu proprio in quel momento che iniziò la fortunata ascesa di una delle canzoni più celebri di sempre.

‘O Sole mio!

Che bella cosa na jurnata ‘e sole,

n’aria serena doppo na tempesta!

Pe’ ll’aria fresca pare gia’ na festa…

Che bella cosa na jurnata ‘e sole.

Ma n’atu sole

cchiu’ bello, oi ne’.

‘o sole mio

sta ‘nfronte a te!

o sole, o sole mio

sta ‘nfronte a te!

sta ‘nfronte a te!

Lcene ‘e llastre d’a fenesta toia;

‘na lavannara canta e se ne vanta

e pe’ tramente torce, spanne e canta

lcene ‘e llastre d’a fenesta toia.

Ma n’atu sole

cchiu’ bello, oi ne’.

‘o sole mio

sta ‘nfronte a te!

o sole, o sole mio

sta ‘nfronte a te!

sta ‘nfronte a te!

Quanno fa notte e ‘o sole se ne scenne,

me vene quase ‘na malincunia;

sotto ‘a fenesta toia restarria

quanno fa notte e ‘o sole se ne scenne.

Ma n’atu sole

cchiu’ bello, oi ne’.

‘o sole mio

sta ‘nfronte a te!

o sole, o sole mio

sta ‘nfronte a te!

sta ‘nfronte a te!

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