Pubblica amministrazione L'Italia dei paesi è ancora viva, ferita ma viva

L’Italia dei paesi è ancora viva, ferita ma viva

di Redazione

Se la questione agraria fu il tema dominante nel meridionalismo classico, è lecito attribuire al meridionalismo dei nostri giorni un’area di interesse i cui punti focali riconosciuti sono: infrastrutture, sviluppo economico, spopolamento e, ultimo, ma non per importanza, il cosiddetto turismo di ritorno che sponsorizza i “Borghi più belli d’Italia”. L’intervento pubblico messo in campo post-Covid, infatti, non si allontana dall’idea – consolidata astrattamente – che l’affrancamento del Mezzogiorno sia necessario per la solidità e lo sviluppo dell’economia nazionale. L’attenzione al Giardino d’Europa è, quindi, di interesse generale. Temi di cui abbiamo discusso con Domenico Cersosimo, Professore di Economia presso l’Università della Calabria, curatore del Manifesto per riabitare l’Italia e autore del libro “Contro i Borghi: il Belpaese che dimentica i paesi”.

Prof. Cersosimo, il PNRR prevede un complesso di investimenti e riforme che dovranno accompagnare l’Italia fuori dalla crisi, promuovendo la ripresa economica e sociale anche delle aree interne. In che misura Lei ritiene che tale manovra possa realmente contribuire ad invertire la rotta dello spopolamento dei paesi?

«Non credo purtroppo che il PNRR sia in grado di risolvere i problemi strutturali che da un quarto di secolo attanagliano l’economia e la società italiana, tantomeno riuscirà, a mio parere, ad invertire la desertificazione demografica dei paesi, in particolare quelli delle aree interne. Le sole risorse finanziarie, anche se ingenti, come nel caso del PNRR, non bastano per risollevare le sorti di un grande Paese come l’Italia e a ridurre le sue crescenti disuguaglianze territoriali e sociali. Per cambiare un Paese ci vuole innanzitutto una visione, un racconto credibile sulle mete e sulle trasformazioni attese. Il PNRR è soprattutto un programma di modernizzazione piuttosto che un piano di trasformazione strutturale dell’Italia: un grandetutto bulimico di riforme, strumenti, progetti, adempimenti, cronoprogrammi, impegni, traguardi qualitativi, obiettivi quantitativi che, tuttavia, non fanno un Piano. Un Piano che aspira ad essere trasformativo è innanzitutto un racconto mobilitante in grado cioè di indurre aspettative positive e azioni conseguenti tra gli italiani, tra gli imprenditori e i sindaci, tra i rettori e i parroci, tra i sindacalisti e gli insegnanti. Senza «credenze» e mobilitazioni collettive è difficile pensare che i paesi si trasformino, che nuovi paradigmi di sviluppo si affermino, che «grandi salti» si realizzino. Sicché, senza visione il Piano rischia un’implementazione erratica, puntiforme, frammentaria. Progetti in sé, senza contesto, senza il resto, senza il «senso» dell’insieme e della missione. Guai, tuttavia, a trascurare la grande opportunità in nuce del PNRR. Come è noto, il PNRR ha una dotazione finanziaria di oltre 230 miliardi di euro a cui si aggiungeranno presto le risorse nazionali ordinarie, quelle delle politiche regionali (Fondo di sviluppo e coesione), e quelle europee, in particolare i fondi della programmazione 2021-27. Si stima che nell’insieme l’Italia possa fare riferimento a più di 300 miliardi di spesa pubblica nominale nel quinquennio 2021-26: uno choc da spesa pubblica potenzialmente in grado di determinare cambiamenti importanti nella struttura sociale e produttiva del nostro Paese. Se è vero che non bastano i soldi per cambiare traiettoria di sviluppo, è altrettanto vero però che senza una robusta dotazione di risorse finanziarie è difficile immaginare grandi trasformazioni infrastrutturali e immateriali, a maggior ragione quando, come nel caso italiano, l’intervento pubblico in capitale fisico e umano si è contratto drasticamente nell’ultimo quindicennio. Naturalmente a condizione che le risorse siano ben utilizzate, che siano in grado di indurre diffusamente aspettative e azioni coerenti con il cambiamento, condizioni che francamente non mi pare che finora si siano realizzate».

Gli ultimi dati Istat (luglio 2022) rilevano che nel Mezzogiorno ci sono un milione di residenti in meno rispetto al mese di gennaio del 2012. Perché? L’attenzione attuale alla transizione ecologica ma soprattutto digitale può essere l’innesco per un cambio di rotta?

«L’Italia è demograficamente in coma. Da molti anni perde abitanti al Sud e al Nord. Le stime Istat per i prossimi decenni sono implacabili: a fine secolo gli italiani saranno all’incirca 37 milioni a fronte dei quasi 60 odierni; il Mezzogiorno sarà abitato da poco più di 10 milioni di individui, la gran parte in età avanzata. Uno scenario apocalittico che, paradossalmente, non sembra preoccupare granché le nostre classi dirigenti. Il declino demografico, connesso al forte squilibrio tra nascite e morti (400 mila contro 700 mila, in sistematico aggravamento), all’emigrazione e alla bassa capacità attrattiva di popolazione da altri parti del mondo, si associa da noi con un processo incessante e intenso flusso di migrazioni interne unidirezionale Sud-Nord, che svuota il Mezzogiorno, e le aree interne in modo più acuto, di popolazione spesso nel “fiore dell’età” e scolarizzata. Invertire le tendenze non è facile; i trend demografici, infatti, possono essere cambiati soltanto nel lungo periodo, a condizione però che si adottino adeguate politiche a sostengo della famiglia, dell’occupazione e del welfare. La leva per contrastare lo spopolamento dell’Italia è e sarà a lungo l’immigrazione, ovvero la capacità di integrare, in forma territorialmente diffusa e sostenibile, flussi crescenti di popolazione straniera. È in parte, anche se in misura contenuta rispetto al potenziale di assorbimento, ciò che è avvenuto in molte regioni sviluppate del Nord italiano, ma molto meno nel Sud, dove il contesto economico è ben più ostile. La progressiva digitalizzazione dei processi economici e sociali potrà contribuire almeno a ridurre l’emorragia di capitale umano dal Sud verso il Nord e il resto del mondo? È difficile fare previsioni attendibili. L’enfasi sul cosiddetto smart working, ossia la separazione tra luogo di residenza e luogo di lavoro, dopo l’impennata connessa al lockdown pandemico si è fortemente ridotta, anche se il fenomeno continuerà a interessare quote non trascurabili di lavoratori anche nei prossimi anni. Le transizioni digitale ed ecologica annunciano cambiamenti importanti negli assetti strutturali delle economie e delle società; secondo alcuni studiosi saremmo alla vigilia di un nuovo paradigma socio-produttivo connotato da una maggiore dispersione delle unità produttive e degli insediamenti umani, che implicherebbero un’attenuazione del fattore distanza fisica e dei vantaggi agglomerativi. Vedremo che direzione prenderà il mondo domani, ciò che è certo è le tendenze attuali vanno nella direzione di un approfondimento delle disuguaglianze territoriali e sociali, anche laddove più spinto è l’impiego di nuove tecnologie e nuovi modelli organizzativi».

La critica più ferrata alla narrazione sui Borghi muove dall’approccio “semplicistico” che non sembra superare il modello urbano-centrico e non valorizza la diversità territoriale ma sembra più orientato verso una “colonizzazione dell’immaginario collettivo” su ciò che dovrebbe e potrebbe essere un Borgo. A spregio del “patrimonio immateriale” vero custode della coscienza e della memoria del luogo-Paese. La bellezza del Borgo diventa, oggi, misurazione di una performance di successo o insuccesso dell’azione amministrativa. In definitiva, Lei cosa distrugge e cosa salva della recente narrazione sui Borghi?

«Il discorso pubblico dominante sui borghi merita una “falsificazione” senza sconti. Perché alimenta una narrazione stereotipata, finta, fuorviante, decontestualizzata. Uno storytelling che oltre a forgiare immaginari e rappresentazioni produce pratiche sociali, condiziona politiche pubbliche, influenza la distribuzione di finanziamenti. Un concetto, quello di “borgo”, così denso di significati che va semplicemente decostruito, smontato, come proviamo a fare in Contro i borghi. La borgomania polarizza, separa manufatti e persone, posto e contesto, le chiese dai parrocchiani, i musei dai visitatori, i castelli dai castellani, le piazze dai cittadini, il cibo dall’agricoltura. Il borgo è diventato un oggetto unidimensionale, un consumo vistoso, un posto-merce contrapposto alla vita ordinaria, alla comunità locale. La retorica sulla presunta eccellenza dei “borghi più belli” spinge all’emulazione, a spacciarti grottescamente per bello anche se sei decisamente brutto. Brutto per i falsi canoni estetizzanti della bellezza borghigiana ma non certamente per chi ci vive e lavora, per chi ha deciso di rimanere e metter su famiglia, per chi apprezza il radicamento e l’attaccamento a persone e cose, a piante e animali. Nella rappresentazione dominante il “borgo” è un posto di vuoto sociale, di assenza di relazioni, di comunità plastificate e pacificate. Per questo a noi di Riabitare l’Italia piacciono i paesi e non i “borghi”. Perché i paesi sono incastri storici unici di natura e uomini, di pietre e relazioni umane, di materialità e sentimenti, di cooperazione e conflitto. Di ordinarietà. La retorica sui “borghi” tende ad occultare i paesi, a derubricarli a cartoline, a deformarli in bellezza astratta, vetrificata, a degradarli a simulazione scenografica di presunta autenticità».

Circa dieci anni fa Lei e Carmine Donzelli avete approfondito il tema della dotazione infrastrutturale del Mezzogiorno. Ne derivarono due concetti importanti e che, se vogliamo, sovvertono la narrazione sul tema: il primo è che l’evidenza empirica sembra risolvere il nesso tra infrastrutture e sviluppo economico sociale: è lo sviluppo economico a generare aumenti degli investimenti infrastrutturali e non viceversa. Il secondo è che il Sud è tutt’altro che privo di infrastrutture. Il tema prioritario è la penuria di infrastrutture efficaci ed efficienti, complete, utili e gestite adeguatamente. Attualmente qual è la sua opinione sulla funzionalità delle infrastrutture produttive nel Mezzogiorno? E sulle infrastrutture sociali?

«La relazione infrastrutture-sviluppo è complicata, non unilineare. Per molti decenni le infrastrutture materiali sono state considerate come il presupposto per lo sviluppo. Certo, senza una dotazione essenziale di infrastrutture di base è assai difficile che un luogo possa svilupparsi e progredire. Il problema diventa meno scontato allorché una qualche densità infrastrutturale è stata conseguita. In questi casi, la relazione infrastrutture-sviluppo è meno lineare. Che è come dire che gli ingredienti dello sviluppo sono molti più numerosi e vari dei soli porti, strade, ferrovie. E ancora, che non bastano infrastrutture puntiformi ma che sono necessarie infrastrutture a rete, interconnesse. Negli anni più recenti, inoltre, è emersa prepotentemente l’importanza strategica di infrastrutture organizzative, istituzionali, “morali”. Insomma, sembra contare sempre di più il software che l’hardware. Il Mezzogiorno odierno non soffre tanto per la penuria assoluta di infrastrutture quanto soprattutto di reti infrastrutturali connesse: strade che si collegano ad altre strade; linee ferroviarie principali che si connettono a linee secondarie; ospedali che si raccordano alla medicina territoriale; Comuni che cooperano con altri Comuni; università che lavorano con i licei; aeroporti collegati con altri aeroporti; strutture sanitarie integrate con le strutture sociali; carrozze ferroviarie con servizi dignitosi. Il Mezzogiorno è tuttora un’area slegata, sconnessa, sfilacciata. Servirebbero infrastrutture, materiali, digitali e immateriali, per legare, per addensare, per connettere luoghi e persone, città e paesi, competenze e bisogni».

A circa quattro mesi dalla pubblicazione del libro, ritiene che sia stato interpretato, come auspicato, “A favore dei paesi”?

«Direi di sì. Tantissimi sindaci di piccoli e medi paesi del Sud, del Centro e del Nord ci hanno chiamato per andare a discutere Contro i borghi con loro e i cittadini. Così come tante associazioni e circoli culturali, gruppi di lettura, anche di “borghi”. È stata un’estate di campo, e le domande inevase sono ancora molte. Abbiamo verificato empiricamente che i paesi non sono “borghi”; abbiamo incontrato sindaci, amministratori e cittadini consapevoli che la qualità della vita e il benessere collettivo dipendono dalla densità e dalla qualità dei servizi essenziali, dalla presenza della guardia medica, della farmacia, della stazione dei carabinieri, dalla frequenza degli autobus, dall’organico del municipio, dal cinema. Se c’è una bella chiesa barocca ancor meglio, ma l’assillo ricorrente è come garantire una vita degna a bambini e anziani, come eliminare le pluriclassi, come spazzare la neve d’inverno, come manutenere e rendere decoroso il centro storico. L’Italia dei paesi è ancora viva, ferita ma viva. E continuano ad esserci dei giovani, che spesso lottano per restare. C’è formicolio, movimento, spesso sotterraneo. Un formicolio che rispetto al recente passato è meno “politicizzato”, semmai più auto-contenuto, più interessato a consolidarsi che a tracimare, più attento ai dettagli che alle generalizzazioni. Paesi con fatica, ma paesi».

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