Editoriale Partecipare e non delegare. Il valore del 2 giugno

Partecipare e non delegare. Il valore del 2 giugno

di Annapaola Voto

È sempre quella l’immagine del 2 giugno, il volto di una giovane donna sorridente che sbuca dalla prima pagina del “Corriere della Sera” che titola, a piena larghezza, “È nata la Repubblica italiana”. È donna, dunque, la Repubblica italiana, nasce donna come lo fu anche quella francese nelle vesti della Marianne.

Per lunghissimi 70 anni non si è mai saputo chi fosse quella ragazza la cui foto fu pubblicata sulla prima pagina del settimanale Tempo il 6 giugno 1946. Solo nel 2016 se ne scoprì l’identità e si seppe che all’epoca era un’impiegata dell’Avanti. Dopo il matrimonio preferì lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia.

Ed è forse da qui, dal rapporto tra donne e uomini “alla pari” che si può partire per cogliere il tratto di discontinuità che questa data è chiamata a celebrare. Con il ricordo di un’epoca che celebra il riconoscimento di nuovi diritti ispirati a nuovi valori. È il motivo per il quale la Fondazione IFEL Campania oggi celebra il 2 giugno con questa nuova iniziativa editoriale, così come abbiamo fatto anche in occasione del 9 maggio per la festa dell’Europa. Perché i valori ispiratori della Costituzione che sarebbe nata all’indomani della Liberazione e della nascita della Repubblica sono il faro che deve continuare ad orientare l’agire di chi ha responsabilità pubbliche.

Il 2 giugno è la naturale prosecuzione del 25 aprile. Senza la Liberazione non ci sarebbero stati né la Repubblica né l’avvento di quei valori che, nei mesi a seguire, nutriranno la scrittura della Carta fondamentale.

Col referendum istituzionale del 1946 i cittadini tutti, donne e uomini, scelsero la Repubblica anziché la monarchia, e votarono per decidere la composizione dell’Assemblea Costituente. Era una grande discontinuità rispetto al passato. La forma nuova dello Stato italiano e i fondamenti del suo sistema democratico nascevano per volontà anche di metà della popolazione, le donne, fino a quel momento escluse dal godimento dei diritti politici. Le donne uscivano dai seggi elettorali come racconta di sé la scrittrice Alba de Céspedes, “liberata e giovane, come quando ci si sente i capelli ben ravviati sulla fronte”.

C’è sempre il rischio della retorica in agguato, quando si celebra un anniversario. Di certo le politiche della memoria mutano nel cambiare delle congiunture storiche e degli attori. Le date servono per misurare il tasso di adesione al valore delle conquiste di chi ci ha preceduto. Perciò vale la pena ricordare anche la forza e l’importanza della coesione del nostro Paese che con la maggioranza del voto consentì alla nostra Repubblica di nascere, nonostante al Sud fosse prevalso uno spirito diverso dalle urne.

Mi chiedo, per tornare all’immagine simbolo del 2 giugno, oggi cosa potremmo fare per Anna Iberti, così si chiamava la giovane donna della foto, così promettente nella sua irruente giovinezza, poi uscita di scena perché smise di lavorare per dedicarsi alla famiglia. Avverto spesso, nel ruolo che oggi ricopro alla guida della Fondazione IFEL Campania, il peso dell’attualità di questa opzione ancora oggi forzata e sorretta da una cultura di “ruoli predefiniti” purtroppo diffusa. È come quando a gennaio del ’45, l’Italia ancora occupata, Il Resto del Carlino titolava: “Mentre si muore di fame ci si preoccupa del voto alle donne”, a riprova dell’umore che serpeggiava nel Paese. Non è mai il momento giusto per una battaglia giusta. A seguito delle elezioni del 2 giugno le donne non solo esercitarono un diritto ma entrarono a far parte dell’Assemblea Costituente contribuendo a delineare il nuovo assetto dei diritti e dei doveri dei cittadini italiani, oltre che l’impianto politico e istituzionale della neonata Repubblica. Ed è il motivo per il quale oggi servono sempre più donne ai vertici degli organismi di rappresentanza istituzionale, degli enti, della Pubblica amministrazione, della società. Perché i diritti non si delegano.

 Buon 2 giugno a tutti.

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