di Annapaola Voto
Il 2 settembre 2026 la Commissione teologica internazionale, con l’autorizzazione di Papa Leone XIV, ha pubblicato il documento “Prendersi cura della nostra Casa comune – Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario”. Il testo compie una scelta lessicale che merita attenzione anche fuori dal perimetro ecclesiale: scarta sia la formula “peccato ecologico”, già proposta da Papa Francesco e mai del tutto consolidata, sia il concetto giuridico di “ecocidio”, che negli ultimi anni aveva alimentato il dibattito sulla possibile introduzione di una fattispecie di reato ambientale internazionale. Il documento, pur allontanandosi dal terreno giuridico, individua con precisione un destinatario: l’azione urgente per la sostenibilità del pianeta e l’abitabilità della Casa comune viene richiesta “a partire da coloro che sono responsabili della vita pubblica”. È un’indicazione che, spogliata della sua cornice teologica, restituisce un principio di metodo condivisibile su basi del tutto laiche, e cioè la crisi climatica non si governa per via di enunciati, ma attraverso comportamenti amministrativi coerenti, misurabili e sostenuti nel tempo.
Le amministrazioni pubbliche italiane si trovano oggi a gestire una contraddizione strutturale. I fenomeni climatici estremi si manifestano con una frequenza che richiede risposte immediate, mentre gli strumenti di pianificazione e adattamento efficaci maturano su orizzonti pluriennali, spesso più lunghi di un mandato amministrativo. È un problema di governance prima ancora che di risorse. Senza continuità di visione tra un’amministrazione e la successiva, ogni piano di adattamento rischia di rimanere un esercizio compilativo. Gli studi comparati sulla resilienza urbana confermano peraltro che l’investimento in prevenzione ha un rendimento economico misurabile: il costo della ricostruzione post-evento cresce in modo più che proporzionale rispetto al costo delle infrastrutture resilienti realizzate in anticipo.
La Campania offre un campione di studio particolarmente esposto, per ragioni sia geomorfologiche sia storiche. La regione convive con un ventaglio di rischi che raramente si presenta altrove con questa densità: il rischio vulcanico dei Campi Flegrei, oggi sotto osservazione per il fenomeno del bradisismo; il rischio sismico dell’Appennino campano; il dissesto idrogeologico, di cui la frana di Casamicciola del novembre 2022 e, prima ancora, l’alluvione di Sarno del maggio 1998 restano i casi di scuola per l’intero Paese; l’erosione costiera e un impatto ambientale pregresso di natura antropica, quello della cosiddetta Terra dei Fuochi, che continua a intrecciare le questioni della qualità ambientale con quelle della salute pubblica e della fiducia nelle istituzioni. Su questo quadro la Regione Campania ha costruito negli ultimi anni una strumentazione tecnica non banale – dal Piano Territoriale Regionale agli strumenti di pianificazione di bacino, fino all’utilizzo delle risorse del PNRR per interventi di messa in sicurezza – ma la vera variabile critica resta la capacità amministrativa dei singoli enti locali di tradurre questi strumenti in pratica corrente, soprattutto nei comuni di minore dimensione, dove le competenze tecniche specialistiche sono strutturalmente scarse.
È esattamente su questo punto che si misura il ruolo di una fondazione come IFEL Campania, il cui mandato istituzionale è affiancare i Comuni nella capacità di programmazione, spesa e gestione tecnica. Tre linee di lavoro appaiono prioritarie. La prima è la formazione tecnica del personale degli enti locali sugli strumenti di valutazione del rischio climatico, che devono entrare stabilmente nei piani urbanistici comunali e non restare allegati episodici. La seconda è il supporto nella progettazione e rendicontazione degli interventi finanziati da fondi nazionali ed europei, colmando quel divario di capacità amministrativa che spesso penalizza proprio i territori più esposti. La terza è la promozione di banche dati e strumenti di monitoraggio condivisi tra enti, per superare la frammentazione informativa che oggi impedisce una lettura unitaria del rischio a scala regionale.
I riferimenti europei non mancano, e sono utili proprio perché mostrano pratiche amministrative replicabili, non enunciati di principio. Copenaghen, dopo l’alluvione del 2011 che causò danni per circa 800 milioni di euro, ha reso obbligatorio l’inserimento del tema climatico nei propri piani urbanistici comunali, adottando un Cloudburst Management Plan che integra sistemi di drenaggio decentrato e spazi pubblici progettati per accogliere temporaneamente le acque in eccesso. Rotterdam, con oltre l’80% del territorio sotto il livello del mare, ha sviluppato dal 2008 la Rotterdam Climate Initiative e strumenti come le “piazze d’acqua”, spazi pubblici multifunzionali che restano asciutti per la maggior parte dell’anno e diventano bacini di raccolta in caso di precipitazioni intense. Il filo che unisce questi casi non è la disponibilità di risorse straordinarie, ma la scelta di trattare l’adattamento climatico come funzione amministrativa ordinaria, con strumenti stabili, competenze dedicate e continuità di programmazione. È la stessa direzione in cui IFEL Campania intende offrire il proprio contributo tecnico agli enti del territorio: non come risposta a un’emergenza, ma come costruzione paziente di capacità amministrativa duratura. I contributi raccolti in questo numero di Poliorama provano a restituire, da angolature diverse, la complessità di questo lavoro.


