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I misteri della Cappella Sansevero, monumento all’immortalità del Principe “maledetto”

Di Valeria Mucerino

Passeggiando tra i vicoli del centro storico di Napoli, non si può non visitare la Cappella di Sansevero, a pochi passi da Piazza San Domenico Maggiore, nell’area dove nel periodo romano viveva una colonia di mercanti provenienti da Alessandrini d’Egitto.

In questo luogo, mistero e leggenda si fondono per trasportarci nel fantastico mondo del principe Raimondo di Sangro di Sansevero.

Egli divenne principe all’età  di sedici anni, dopo aver ereditato il titolo direttamente dal nonno Paolo, per rinuncia del padre che aveva indossato l’abito sacerdotale.

 

Per la Napoli di metà ‘700, il “popolino”, il Principe appariva come una sorta di stregone senza Dio.

Un demoniaco alchimista senza pietà, che faceva rapire poveri sventurati per farne cavie di diabolici esperimenti realizzati in segreti laboratori fatti appositamente costruire nei sotterranei del suo palazzo in largo San Domenico Maggiore. Ma fin qui si tratta di leggende e dicerie popolari del tempo.

 

 

La storia, invece, ce lo restituisce come un uomo “illuminato”, come un intellettuale ossessionato che dedicò i suoi sforzi ai più disparati campi delle scienze e delle arti, ottenendo esiti che già i suoi contemporanei definirono “prodigiosi”.

 

La sua vera ossessione, però, era meravigliare i posteri ed entrare per sempre nella storia. Fu così che un giorno il Principe comprese che la definitiva restaurazione della chiesa di Santa Maria della Pietà avrebbe potuto rendere immortale il suo nome.

 

Cappella Sansevero, conosciuta anche come Chiesa di Santa Maria della Pietà, o Pietatella, è un fiore all’occhiello del patrimonio artistico mondiale, uno dei più stupefacenti capolavori di arte ermetica ed esoterica al mondo.

Una vera e propria “dimora filosofale”. Una sorta di tempio iniziatico in cui il suo ideatore, il principe Raimondo di Sangro, riuscì a trasfondere la sua geniale e poliedrica personalità.

Un luogo in cui splendore e mistero, simbologia massonica ed esoterica, creatività artistica e orgoglio dinastico, si mescolano creando un’atmosfera unica, fuori dal tempo e dallo spazio.

Ecco le 5 meraviglie della Cappella Sansevero, tra mistero ed esoterismo, un tributo all’immortalità del Principe “maledetto”.

 

 

 

Il Cristo velato

 

Collocato al centro della navata della Cappella Sansevero, il Cristo velato è una delle sculture più belle e suggestive al mondo. Inizialmente l’opera doveva essere realizzata da Antonio Corradini che però morì nel 1752 dopo aver eseguito solo una bozza in terracotta del Cristo, oggi conservata al Museo di San Martino.

 

 

Fu così che Raimondo di Sangro chiese a Giuseppe Sanmartino, un giovane artista napoletano, di realizzare “una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua”.

Proprio la trasparenza e la “tessitura” del velo, che sembra dolcemente adagiato sul corpo senza vita di Gesù, quasi a volerne raccogliere misericordiosamente le membra martoriate, ha sin da subito contribuito ad alimentare numerose leggende sul committente dell’opera.

La fama di alchimista di Raimondo di Sangro fece fiorire, tra le altre, anche una leggenda sul sudario del Cristo di Sanmartino. Molti, infatti, ritennero che la sua trasparenza fosse il risultato di un processo alchemico di “marmorizzazione” compiuto dal Principe in persona.

Una credenza sorta oltre 250 anni fa e che ancora oggi stimola la fantasia di visitatori e turisti che increduli osservano la statua e il velo che la ricopre.

In realtà è tutto frutto dell’estro artistico di Giuseppe Sanmartino, così come testimoniato da alcune lettere dello stesso di Sangro, in cui descrive il velo come “realizzato dallo stesso blocco della statua”.

 

 

Le Macchine anatomiche, un terrificante esperimento?

 

Fra le tante invenzioni del principe vanno ricordati un “lume eterno” (si narra che egli lo realizzò triturando le ossa di un teschio che bruciava anche per ore senza che si consumasse) e le famose “macchie anatomiche” posizionate nella cavea sotterranea della Cappella Sansevero. Realizzate attorno al 1763-64 da un medico siciliano, Giuseppe Salerno, sotto la direzione di Raimondo di Sangro.

Si tratta di due scheletri, uno maschile e uno femminile, ricoperti dai loro sistemi venoso e arterioso mummificati. L’apparato di vene, arterie e capillari appare pietrificato o meglio “metallizzato”, e ancora oggi ci si chiede come sia stato possibile conseguire tale risultato.

Secondo una delle teorie più accreditate, i due corpi sarebbero stati sottoposti ad un esperimento da parte del principe stesso con l’aiuto del celebre anatomista dell’epoca Giuseppe Salerno.

Sorge spontaneo un dubbio: le cavie umane erano vive o morte al momento dell’esperimento? Un vecchio testo anonimo conferma che vennero “create” dal principe e da Salerno attraverso un processo di metallizzazione ottenuto introducendo in un’arteria dei cadaveri un liquido atto allo scopo. Ma, di contro, tutti gli studiosi che hanno analizzato questi reperti hanno sottolineato che per permettere alla sostanza di metallizzare l’apparato venoso e arterioso sarebbe stato necessario che la circolazione sanguigna fosse ancora funzionante. Se così fosse avvenuto, i corpi sarebbero stati ancora vivi al momento dell’iniezione. A tal proposito, la conferma si potrebbe trovare nel corpo della donna, che presenta un braccio alzato come a difendersi e un’espressione di puro terrore nel volto. La donna era incinta, e nella parte centrale del suo corpo si possono osservare anche tutte le vene del feto e quelle del cordone ombelicale. Nella bocca si possono riconoscere anche i vasi sanguigni della lingua. L’uomo, invece, è privo di esofago e il cuore risulta più grande del normale (forse a causa del procedimento alchemico). Non si conosce il tipo di sostanza, ma si presume che fosse di tipo mercuriale, che sia stata iniettata nell’aorta e che entrando nella circolazione attiva abbia fissato tutto il sistema prima che il cuore si fermasse.

 

 

Queste inquietanti presenze hanno alimentato per secoli la cosiddetta “leggenda nera” relativa al Principe: secondo la credenza popolare, riportata anche da Benedetto Croce, Raimondo di Sangro “fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e fece imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene”.

 

 

La statua del Disinganno

 

Assieme al Cristo Velato e alla Pudicizia, la statua del Disinganno rappresenta un altro esempio d’eccellenza artistica della Cappella Sansevero. Realizzata da Francesco Queirolo, il Principe dedicò questa opera al padre Antonio, che rimasto vedovo, abbandonò il piccolo Raimondo affidandolo a suo nonno.

Dopo un’esistenza avventurosa e disordinata, dedicata ai piaceri e ai viaggi, ormai stanco e pentito degli errori commessi, il genitore tornò a Napoli e consacrò la sua vecchiaia alla vita sacerdotale.

Il gruppo scultoreo rappresenta un uomo che si libera da una rete, metafora del peccato, aiutato da un angioletto alato che indica il globo terrestre ai suoi piedi, simbolo delle passioni mondane.  Su quest’ultimo è appoggiata la Bibbia, testo divino ma anche una delle tre “grandi luci” della Massoneria. Gesù che restituisce la vista al cieco, episodio evangelico raffigurato sul bassorilievo sul basamento, completa l’allegoria.

 

 

 

 

La statua della Pudicizia

Il Principe dedicò questo monumento alla memoria della sua “incomparabile madre, Cecilia Gaetani, morta meno di un anno dopo averlo messo al mondo.

L’albero della vita, la lapide spezzata e lo sguardo perso nel tempo, sono tutti elementi che simboleggiano l’esistenza di una donna troncata prematuramente e il dolore di un figlio che praticamente non conobbe mai sua madre.

La donna coperta dal velo, inoltre, è un chiaro riferimento alla velata Iside, Dea massonica.

 

 

Uno strano labirinto

Nel pavimento della Cappella è raffigurato un sorprendente labirinto creato da un unica linea bianca continua, priva di giunture di cui, purtroppo, oggi rimane ben poco a causa di un crollo nel 1889 che lo distrusse quasi totalmente

Tema assai caro ai Cavalieri Templari, il labirinto simboleggia il nostro cammino, i bivi a cui siamo soggetti ogni giorno, un percorso all’interno del quale occorre saper scegliere attentamente e saggiamente tra strade alternative, per non restarne prigionieri e raggiungere così la via di uscita verso la Verità.

 

 

Un principe “immortale”

Il principe di Sansevero morì la sera del 22 marzo 1771. Molto probabilmente inalò o ingerì qualche sostanza tossica durante uno dei suoi esperimenti in laboratorio.

Personaggio tra i più misteriosi e discutibili del ‘700 europeo, mente tra le più brillanti e poliedriche della sua epoca, uomo forse troppo moderno per il suo tempo, Raimondo di Sangro riuscì nel proprio intento di creare e alimentare un mito intorno alla propria persona che attraversasse i secoli e che lo rendesse immortale.

L’iscrizione, non incisa, ma realizzata tramite un procedimento a base di solventi chimici ideato dallo stesso Principe e apposta sulla sua lapide presente nella Cappella Sansevero, lo ricorda così: “Uomo straordinario predisposto a tutte le cose che osava intraprendere […] celebre indagatore dei più reconditi misteri della Natura”.

 

Nonostante siano passati quasi 250 anni dalla sua morte avvenuta nel 1771, c’è chi giura che a Napoli, quando se ne pronuncia il nome, ancora oggi qualcuno si faccia il segno della croce di nascosto per scacciar via il timore che questo misterioso personaggio incute.

Raimondo di Sangro, principe di Sansevero e primo Gran Maestro della Massoneria napoletana. Un intraprendente mecenate che ha regalato al mondo la Cappella Sansevero.

 

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