Economia Ambiente Il “Green new deal” dell’Europa

Il “Green new deal” dell’Europa

La proposta di bilancio per il settennato 2021-2027 presentata a maggio 2018 dalla Commissione Ue, ha svelato all’Europa quali sono le nuove sfide da fronteggiare: difesa, lotta al terrorismo, cyber security, emergenza migranti e cambiamento climatico. Nella bozza presentata da Juncker erano contemplati incrementi significativi delle dotazioni per dette finalità, tra cui, in particolare, un aumento fino a 1,7 volte, dei fondi per il clima e l’ambiente.

La Commissione presieduta da Ursula von der Leyen, insediatasi dopo le elezioni europee del maggio 2019, ha modificato la proposta dando ancora più enfasi all’emergenza ambientale.

Del resto, è risaputa l’attualità del tema e la stessa, è documentata da più fonti e pare che, purtroppo, la presa di coscienza globale del problema stia avvenendo con ritardo.

Paradossalmente, proprio la crisi economico-finanziaria ha contribuito, attraverso la delocalizzazione e la riconversione di taluni settori produttivi, a ridurre il consumo di gas-serra, ma, se consideriamo le stime della piattaforma europea Climate Adapt, l’aumento della temperatura climatica, risulta essere ancora uno dei pericoli più gravi per l’ambiente e sopratutto per la nostra vita.

Appare chiaro, peraltro, che, rispetto all’accordo di Parigi (2015), gli obiettivi fissati a partire dal 2020 e fino al 2030 siano lontanissimi da raggiungere, anche e soprattutto per l’uscita degli Usa.

Talmente forte, benché tardiva, è stata la presa di coscienza da parte dell’Europa dell’insostenibilità del modello attuale e dominante (quasi esclusivamente finalizzato alla crescita economica) che l’esecutivo comunitario ha varato un “Green new deal”, con l’obiettivo, ambizioso, ma non impossibile, di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e che anche la Bce sta rimodulando, in chiave più verde, la propria politica.

Sempre maggiore dunque, deve essere l’attenzione posta a settori quali l’eco-innovazione, l’efficienza ed il risparmio energetico, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, la mobilità sostenibile ecc.

Nello specifico, l’intenzione della von der Leyen è quella di destinare risorse per 1.000 miliardi in 10 anni alla realizzazione di una strategia ambientale che dovrebbe trasformare radicalmente lo stile di vita, le modalità di consumo e di produzione dei cittadini e delle imprese europee, rivoluzionando nel contempo i sistemi economici, ma portando il continente alla neutralità dell’impatto ambientale entro i prossimi 30 anni.

Tale proposta, avanzata lo scorso dicembre, non poteva non generare dissenso tra gli Stati membri. Molto preoccupata risulta essere la Polonia, seguita dagli altri paesi del gruppo di Visegrad, che ancora investono gran parte delle loro risorse nel carbone. Queste nazioni, in principio, hanno chiesto al Consiglio europeo non solo di poter ricevere una maggior numero di fondi per finanziare la loro uscita dalla “dipendenza” dai carburanti fossili e favorire gli investimenti in tecnologie pulite, ma anche di ottenere che l’energia nucleare fosse classificata come energia verde, per non essere costrette a smantellare i loro impianti.

Per venire incontro alle esigenze ed alle difficoltà in cui si troverebbero gli Stati sopra esposti ai costi della transizione dalle fonti tradizionali di energia a quelle più “pulite”, il 14 gennaio 2020 la Commissione Ue ha presentato il progetto per la costituzione di un nuovo Fondo, il Just Transition Fund (Fondo per una transazione equa), consistente in un pacchetto di misure da 100 miliardi, di cui 7,5 miliardi di risorse “fresche” ed il resto derivante dal sostegno della Banca europea degli investimenti, dal cofinanziamento nazionale e dalla attuazione di InvestEU (il nuovo programma che segue e sostituisce l’attuale FEIS, il Fondo Europeo per gli investimenti strategici, che sfrutta la cosiddetta “leva finanziaria”).

Come precisato dalla commissaria ai fondi di coesione Elisa Ferreira, tutti i paesi europei riceveranno un aiuto, ma la distribuzione delle risorse terrà conto dell’intensità dei problemi ambientali ed ha aggiunto che il finanziamento del fondo non sottrarrà risorse né alla politica di coesione né alla politica agricola comune (PAC).

In base alle prime proiezioni, pubblicate da “Il Sole 24Ore”, i paesi che dovrebbero beneficiare in misura maggiore del sostegno del Fondo sono la Polonia, alla quale andrebbero 2 miliardi dei 7,5 complessivi, la Germania (877 milioni), la Romania (757 milioni) e la Repubblica Ceca (581 milioni). L’Italia potrebbe incassare 364 milioni (con la Puglia, sede dell’ex Ilva, tra i maggiori destinatari), in linea con i valori di Spagna e Francia.

Il fondo dovrà consentire ai paesi più inquinanti di finanziare la transizione, per renderla socialmente più sostenibile, attraverso la presentazione di progetti infrastrutturali, che dovranno essere sottoposti all’approvazione dell’esecutivo comunitario. Gli obiettivi ultimi sono quelli di agevolare la transizione climatica, diversificando l’attività economica, con la creazione di nuovi posti di lavoro, l’aggiornamento professionale ed il recupero e riutilizzo di siti inquinati.

Il negoziato a Bruxelles, sia sul fondo che, ancor più, sulla complessiva proposta di bilancio per il 2021-2027, è ancora lungo e il dibattito è fin troppo accalorato (gli addetti ai lavori parlano di una vera e propria “budget war”). Peraltro, una situazione di dissenso è stata rilevata tra chi, come il Commissario all’Economia Gentiloni, vorrebbe escludere gli investimenti “green” dal Patto di stabilità, applicando una “golden rule” e chi, come il Vicepresidente Dombrovskis, è più legato ad una rigorosa applicazione del patto.

La stessa Von der Leyen si è detta contraria alla esclusione degli investimenti ambientali dal Patto, temendo che ciò potrebbe indurre molti a cedere alla tentazione di realizzare un “green washing”, ossia un ambientalismo “di facciata”.

Non possiamo che auspicare che vengano trovati accordi che consentano a tutti i paesi il migliore funzionamento del nuovo “Green deal”.

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