di Adriana Bruno
Ogni anno il 20 settembre si festeggia il World Cleanup Day. In particolare, dal 2024 il World Cleanup Day è stato ufficialmente inserito nel calendario delle Nazioni Unite, grazie all’adesione unanime dei 193 Stati Membri dell’Assemblea Generale. Oggi esso rappresenta uno dei più grandi movimenti civici del nostro tempo per un pianeta più pulito. È stato promosso a livello globale dall’organizzazione ambientale internazionale “Let’s do it world”, con sede in Estonia. Ovviamente ci si è mossi anche sul nostro territorio nazionale, ed in particolare, durante il World cleanup day 2026 i volontari e i partner italiani si sono muniti di guanti ripulendo i rifiuti dalle nostre spiagge, fiumi, foreste e strade.
Il tema proposto per la Giornata Mondiale della Pulizia (World Cleanup Day) del 2026 è stato “Dai piatti puliti alle città pulite”. Il Focus e gli obiettivi nel dettaglio sono stati: la riduzione dello spreco alimentare, in particolare l’iniziativa globale ha evidenziato quanto lo spreco alimentare rappresenti uno dei flussi di rifiuti più ingenti ma al contempo prevenibili che interessano le comunità; la promozione dell’economia circolare, e cioè il recupero di cibo a livello locale e il compostaggio dei rifiuti organici per ridurre la pressione sulle infrastrutture comunali. Inoltre, questa giornata si innesta nel corso dell’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ha avuto luogo a New York dal 22 al 28 settembre 2026, i cui lavori generali sono stati aperti l’8 settembre 2026. In particolare, tra gli obiettivi, come priorità centrale c’è quella di promuovere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) entro il 2030. Tra gli eventi chiave andati in scena c’è stato l'”SDG Moment” e cioè una serie di incontri dedicati interamente all’azione climatica, alla transizione energetica giusta, alla protezione degli oceani e all’innalzamento del livello del mare.
È evidente che le modalità con cui abbiamo prodotto e consumato il cibo negli ultimi cinquant’anni hanno avuto degli impatti devastanti sugli ecosistemi e sulle società umane. I dati a disposizione del settore agri-food ci dicono che quest’ultimo ha infatti contribuito al superamento di 4 delle 9 soglie che determinano i limiti planetari di cambiamento climatico, perdita di biodiversità, alterazioni al ciclo dell’azoto e del fosforo e cambiamenti nell’utilizzo del suolo. La filiera agri-food si trova ad affrontare numerose sfide sul lato economico, sociale ed ambientale. Le alte emissioni legate alle attività primarie, lo smodato consumo di input energetici e risorse idriche, l’alto uso di prodotti chimici e la produzione di notevoli quantità di rifiuti e sottoprodotti sono alcuni degli impatti ambientali che caratterizzano la produzione del cibo.
In ambito scientifico, il filone di studi della “Circular Economy for Food” prova ad applicare il concetto di economia circolare nel settore agroalimentare; nel dettaglio l’economia circolare ambisce a trasformare il precedente modello di consumo di carattere lineare descritto in termini di “sfrutta-produci-getta”, con l’obiettivo di reimmettere il rifiuto all’interno del ciclo produttivo. In particolare, alcuni studiosi italiani hanno fatto il punto sulla trasformazione economica in atto nel nostro Paese, presentando casi studio dedicati ad aziende del settore alimentare che hanno puntato sulla circolarità per aprire la strada a innovazioni capaci di ridurre gli scarti e migliorare l’eco-efficacia e l’efficienza di prodotti, servizi e processi nel food system.
Il modello economico attualmente prevalente, cioè quello lineare, prevede un percorso produzione-consumo-scarto ormai evidentemente insostenibile in vista della continua crescita economica e demografica in atto sul pianeta. Si rende necessaria quindi una transizione verso un nuovo modello economico non più lineare bensì circolare e rigenerativo che aumenti la vita dei beni, riduca la produzione di rifiuti e ne faciliti il riutilizzo come fonte di risorse da reimmettere nel ciclo produttivo. Infatti, l’enorme volume di rifiuti alimentari comporta enormi sprechi in termini di risorse economiche, lavoro, acqua e genera ingenti emissioni di gas-serra. Lo spreco alimentare (food waste) ha luogo lungo tutta la filiera produttiva: dalla coltivazione alla trasformazione, dalla distribuzione fino al consumatore, e presenta differenze strutturali tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Le conseguenze derivanti sono di varia natura: perdite finanziarie e costi di smaltimento, ma anche un impatto ambientale ingente; risolvere il problema degli sprechi alimentari è un vantaggio per tutti in termini di impatto ambientale, inclusione sociale, risparmio economico per le imprese, apertura di mercati di nuove tecnologie e servizi innovativi.
Sebbene il tema del food waste (FW) sia stato preso più volte in considerazione a livello mondiale, perché riguarda tutti i Paesi, indipendentemente dal proprio grado di sviluppo, gli sforzi compiuti finora risultano ancora insufficienti. Nella programmazione europea e nazionale la matrice cibo trova numerosi riferimenti all’interno dei documenti di indirizzo politico dei vari Paesi e in corrispondenza degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile proposti dall’Agenda 2030. Nel dettaglio, all’interno dell’Agenda 2030 gli obiettivi:
- 2 “Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile”;
- 3 “Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età”;
- 6 “Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico sanitarie”;
- 12 “Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo” risultano in stretta correlazione con la definizione di un sistema del cibo sostenibile.
Il cibo rappresenta inoltre l’unità base di connessione tra tutti gli SDGs ed assume un ruolo cruciale nella transizione verso un paradigma di sviluppo sostenibile un ruolo cruciale.
In questo modo, in un contesto di commercio internazionale, la strategia di riduzione dei rifiuti è ricondotta alla creazione di un nuovo framework climaticamente neutro, e alla creazione dei cosiddetti prodotti circolari. In particolare, il focus sui prodotti alimentari e le attività connesse alla loro produzione mira a incrementare la sostenibilità dei sistemi produttivi agendo attraverso varie azioni su più obiettivi. Tra questi si vuole diminuire gli sprechi alimentari che si generano lungo la catena produttiva attraverso azioni di prevenzione e responsabilizzazione.
Nella programmazione 21-27 sono state proposte sei missioni per rispondere alle sfide globali e incrementare la competitività dei settori industriali europei; ed in particolare, una delle sei missioni, la missione 6 è focalizzata proprio sul cibo e su tutto ciò che ad esso si lega; nel dettaglio anche la missione 6 del PNRR “Prodotti Alimentari, Bioeconomia, Risorse Naturali, Agricoltura e Ambiente” ha l’obiettivo principale di dirigere i modelli di consumo e produzione del cibo verso la sostenibilità, andando a considerare aspetti ambientali, economici e sociali.
Già nel 2020, il principale documento di indirizzo della Commissione Europea denominato “Farm to Fork”, era in linea con il Green Deal e con gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile e mirava alla ridefinizione di un nuovo sistema alimentare a livello europeo. In questo documento si proponeva infatti un nuovo approccio alla sostenibilità alimentare, dove gli stili di vita, la salute e l’ambiente sono al centro di un suo sviluppo.
Nel contesto nazione invece, dal punto di vista normativo, nel 2016 è stata introdotta una legge per combattere gli sprechi alimentari, la legge 166/2006 (c.d. legge Gadda) entrata in vigore il 14 settembre 2016; questa legge si occupa di risolvere i problemi di definizione settoriale, semplifica le procedure di donazione delle eccedenze alimentari e le incentiva anche a livello fiscale, introduce una gerarchia di priorità di riutilizzo delle eccedenze alimentari, sottolinea l’importanza dell’informazione presso i consumatori per modificarne i comportamenti in senso virtuoso.
Tale cambiamento di paradigma, dunque, dovrebbe essere guidato soprattutto da noi consumatori che, maggiormente responsabili e informati, dovremmo richiedere prodotti più sostenibili e salutari.



