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Saperi Istruzione Anatomia dell’insegnante 4.0

Anatomia dell’insegnante 4.0

di Alessandro Coppola

«Ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, la cara e buona immagine paterna, di voi quando nel mondo ad ora ad ora m’insegnavate come l’uom s’etterna». Dante incontra Brunetto Latini, nel XV canto dell’Inferno, e ne riconosce la funzione “paterna” e il valore dei suoi insegnamenti sul come conseguire successi e fama con le opere e la virtù. In altre parole, lo ringrazia, quasi lo ossequia.

La scuola bella, quella che serve, il luogo della maturazione dei saperi e della sperimentazione delle idee, il posto delle relazioni sociali, il presidio della cultura e della legalità, la fanno – da sempre – i buoni insegnanti.

Per ragioni logico deduttive, dove la scuola non è bella neppure serve. Soprattutto, non serve dal momento che la diffusione di informazione e di opportunità di conoscenza sono oggi talmente accelerate e massive da rendere superata e inutile un’impostazione di divulgazione della conoscenza su supposti paradigmi di democrazia e inclusione.

E, sempre per logica se ci sono buoni insegnanti, questi ultimi coesistono anche con “cattivi” colleghi.

È in corso un animato dibattito nazionale sulle competenze digitali e sulle prerogative dell’insegnamento 4.0, come se il problema fosse tutto lì, tra i tasti on e off di tablet e pc.

È un fatto acclarato che, per esempio, in pandemia, le classi che, dopo un primo periodo di comprensibile grave disorientamento rispetto alla crisi emergenziale, hanno funzionato a distanza sono quelle che avevano bravi insegnanti già prima e, all’inverso, quelle che invece hanno risposto in maniera non adeguata avevano seri problemi anche prima, indipendentemente dal gap digitale che la crisi mondiale ha evidenziato in modo inesorabile.

Spesso dimentichi che l’insegnante opera in un’istituzione costituzionale finalizzata alla realizzazione di un progetto educativo pubblico, tralasciamo totalmente la riflessione sul come e quando sia possibile assicurare livelli qualitativi e standard diffusi di solidità della didattica in ogni classe, nelle scuole da Nord a Sud del Paese.

L’articolo 33 afferma che “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi…”. Sono tenuti insieme, in poche righe, l’ideale di libertà e di democrazia alla base del pieno sviluppo personale e culturale di ogni persona nonché della comunità e delle comunità di appartenenza.

Vi è qui l’idea di una società aperta, inclusiva e liberale resa più forte dall’esercizio delle persone in ogni campo dello scibile umano, accompagnata dalla funzione statale formatrice e regolatrice del sistema di istruzione nazionale.

La Costituzione, poi, con l’articolo 34 si preoccupa di garantire che “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.

Il segno più alto di solidarietà di una comunità vasta è rappresentato certo dall’obbligatorietà, dalla gratuità, dall’accessibilità a tutti al servizio scolastico ma, sopra ogni cosa, dall’interesse generale della Repubblica a rendere possibile i più alti livelli di istruzione per i più capaci e meritevoli benché privi di mezzi e opportunità per le condizioni di provenienza.

Sembra un disegno fantastico che oggi fa i conti con le varie fughe di cervelli, con i pessimi risultati nei test INVALSI, con gli esiti drammatici degli OCSE-PISA in molte aree del Paese.

Difficile immaginare che schiere di studenti traditi, ragazze e ragazzi penalizzati da un sistema inadatto, possano domani ricordare e ringraziare per gli insegnamenti ricevuti una scuola inadeguata come fece Dante con Brunetto Latini.

In teoria, siamo tutti abbastanza convinti e consapevoli che per realizzare apprendimenti significativi, e dunque competenze culturali durature, occorra individuare i saperi essenziali, impiegare strumenti innovativi in ambienti adeguati, praticare metodologie e modalità relazionali innovative, abbandonando conseguentemente la logica del programma che si affida essenzialmente all’organizzazione specialistica, accademica, delle discipline.

Il pensiero pedagogico di Dewey e Bruner, nel passaggio dalla scuola tradizionale, selettiva ed elitaria alla scuola di massa, ha introdotto nel secolo scorso e via via affermato la teoria del curricolo capace di rispondere ai fabbisogni educativi in uno scenario assai complesso. In un contesto totalmente nuovo nella storia dell’umanità, l’ideale democratico della formazione di tutti i cittadini richiede un ripensamento radicale di consuetudini didattiche che è impensabile mantenere e difendere come certezze granitiche in un mondo che cambia.

Per questo è fondamentale considerare la cura della propria professionalità come presupposto della funzione stessa di insegnante. Di qui, la necessità di provvedere al costante approfondimento delle conoscenze disciplinari, alla rivisitazione dinamiche delle competenze, all’introduzione di un approccio critico all’applicazione delle cosiddette buone pratiche.

Il ripensamento della propria azione didattica e l’aggiornamento dei percorsi educativi in coerenza con le esigenze degli scenari evolutivi del mercato del lavoro sono doveri indefettibili per ogni insegnante.

Il rinnovamento della relazione educativa, partendo dalle conoscenze possedute dai ragazzi e lavorando con tempi idonei – curriculari ed extracurriculari – su mirati ed essenziali contenuti disciplinari, adeguati all’età degli allievi, impone l’attuazione di un metodo laboratoriale, induttivo, cooperativo.

Si tratta, in altre parole, di ritrovare e riscoprire le ragioni profonde del fare scuola quotidiano e di rimettere a tema la valenza culturale e civica delle pratiche e delle esperienze didattiche più attraenti e significative.

Nel PNRR, l’obiettivo del “potenziamento della formazione e delle forme di reclutamento del personale docente” prevede solo 400 milioni di euro, in tre anni, senza alcuna analisi preventiva delle criticità da superare.

Per la scuola superiore, ad esempio, il mismatch territoriale e disciplinare determina, costantemente, da decenni, l’impossibilità di trovare l’insegnante giusto nel contesto adatto, con un difetto di continuità dell’insegnamento e un decadimento progressivo della sua qualità. Gli striminziti 24 cfu – crediti formativi universitari – sono succedaneo fasullo di quello che servirebbe davvero ovvero, sul modello tedesco, l’introduzione, già durante gli studi universitari, di una preparazione fatta di alternanza tra apprendimento teorico e di formazione pratica, affiancando lo studio disciplinare, pedagogico e didattico ai tirocini in aula.

Sul piano del reclutamento degli insegnanti è necessario velocemente passare ad un modello capace di costruire e valutare non soltanto le competenze disciplinari ma anche le capacità didattiche e dello stare in aula. Una fase di selezione più mirata e congruente ai fabbisogni delle platee scolastiche servirebbe a separare e rendere produttiva un’abilitazione preordinata all’assunzione su base autonoma e “territoriale”. Gli ultimi concorsi confermano l’incapacità del sistema attuale di coprire i posti di ruolo vacanti e la moltiplicazione dei docenti precari a tempo determinato.

Sotto altro aspetto, la qualità degli insegnanti è poi funzione della progressione retributiva in ragione di responsabilità crescenti associati a livelli di carriera adeguatamente retribuiti come in qualsiasi organizzazione complessa.

Il recente Decreto Aiuti bis trasforma, in maniera assai discutibile, la figura del “docente esperto” in “docente stabilmente incentivato”, prevedendone un duraturo aumento salariale la cui progressione economica verrà sancita a regime dalla contrattazione collettiva, ed accolla di fatto le sorti di un intero istituto scolastico sulle spalle di un percorso professionale assai personalistico.

Invero, in ogni scuola, ci sono insegnanti che, più di altri, sono riconosciuti – dagli allievi, dalle famiglie, dall’intera comunità scolastica – come eccellenti nella programmazione della didattica e nell’insegnamento. A loro tocca guidare un serio programma di rinnovamento del sistema di istruzione, legato a mirati meccanismi di premialità e di incentivo al miglioramento delle conoscenze e competenze didattiche. Così come tocca all’autonomia scolastica, in sinergia con gli organi ministeriali, applicare sistemi di valutazione e marginalizzazione dei docenti che si ritengono detentori di una conoscenza statica e definitiva, quelli meno volenterosi e disponibili al rinnovamento.

Sarebbe uno slancio verso la meritocrazia nel luogo dove si ambisce a trasmettere i valori del merito, dell’impegno, della responsabilità.

Infine, un piccolo sogno da realizzare in attesa di un’ulteriore riforma possibile: facciamo che, in automatico, se si vota o c’è un’allerta meteo o uno sciopero dei mezzi di trasporto o qualunque evento di forza maggiore, la scuola continua a funzionare e i ragazzi e le ragazze d’Italia, in ogni angolo del Paese, si collegano o fanno attività didattiche alternative, anche digitali, sempre e comunque in contatto con la propria classe e i propri insegnanti? E magari siano proprio quest’ultimi a “connettersi” per primi con i loro alunni!

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