di Gaetano Di Palo
L’industria tessile, con il suo consumo eccessivo e la scarsa informazione che la circonda, emerge come una delle principali fonti di inquinamento a livello globale. Le emissioni idriche, i gas serra e la produzione di rifiuti associati al ciclo di vita dei prodotti tessili, dalla fase iniziale di produzione fino allo smaltimento, contribuiscono al 9% delle emissioni globali. Una cifra enorme. Nonostante la gravità del dato, la percezione pubblica e la consapevolezza del problema rimangono spesso limitate, alimentate da una comunicazione che, in molti casi, si rivela inadeguata. Questa conversazione con il prof. Manco, ordinario di “Glottologia e linguistica” all’Università di Napoli “L’Orientale”, esplora le problematiche legate all’impatto ambientale del settore tessile e, in particolare, analizza la responsabilità della comunicazione istituzionale in merito all’economia circolare e al riuso; analisi basata sulle osservazioni e sui risultati di un’iniziativa di ricerca condotto dal Dipartimento di Studi letterari, linguistici e comparati dell’Università di Napoli “L’Orientale” in collaborazione con la Fondazione IFEL Campania, che ha fortemente sostenuto l’iniziativa stessa.
“Una delle principali prove da affrontare nella promozione dell’economia circolare e del riuso del tessile risiede nella complessità del linguaggio utilizzato dalla PA. Come ricercatore nel campo delle lingue e del linguaggio, tempo fa ho cominciato a credere che noi linguisti possiamo dare un contributo alla questione, sensibilizzando anche chi, nella PA, ha la sensibilità per comprendere la rilevanza di una simile analisi”, spiega il prof. Manco. “Ma devi trovare davvero chi questa sensibilità ce l’ha, unita a senso di concretezza. Alla fine di questo percorso posso senz’altro dire che abbiamo trovato interlocutori attenti e consapevoli della serietà del tema”.
Da un lato, infatti, i concetti di economia circolare e di cicli di vita dei prodotti richiedono una terminologia precisa e spesso tecnica. Dall’altro, la comunicazione istituzionale tende a essere burocratica e distante dal cittadino comune. Il prof. Manco mostra un’indagine che ha condotto con il suo team su 132 siti istituzionali di comuni campani: “solo 25 fornivano informazioni sui servizi di raccolta del tessile. Troppo pochi”, dice. E aggiunge che tali informazioni si limitavano prevalentemente allo smaltimento, concependo il tessile come un “rifiuto” a priori. Un approccio comunicativo frammentato, approssimato e spesso addirittura fuorviante, dunque, che confonde i cittadini e ostacola la piena comprensione delle pratiche di riuso e riciclo.
Nel corso della ricerca, inoltre, si è riscontrato un uso interscambiabile di termini come “abiti” e “indumenti”, senza che venga specificato il destino di altri prodotti tessili (es. tovaglie, lenzuola), o la richiesta di “abiti in buono stato” senza che si chiarisca, nelle comunicazioni istituzionali prese in esame, cosa accada ai capi non riutilizzabili. “È evidente, dunque – aggiunge Manco -, che si tratta di una comunicazione che, anziché educare, si limita a fornire istruzioni parziali, a voler esser buoni”.
Un altro aspetto cruciale dell’iniziativa è che sin dall’inizio si è voluta affrontare anche la dimensione psicologica legata ai pregiudizi sull’usato. L’espressione “pezze vecchie” per descrivere abiti usati perpetua uno stigma che la comunicazione della PA dovrebbe contribuire a superare, riconoscendo il valore intrinseco dei capi usati come risorsa. Molti giovani, ad esempio, hanno dimostrato una crescente consapevolezza in tal senso. Tuttavia, mentre l’attenzione mediatica si concentra su temi come le auto elettriche o la riduzione del consumo di carne, il settore tessile, pur essendo una delle principali fonti di inquinamento globale, riceve minore risalto. I dati mostrano che le emissioni globali di fibre tessili sono passate da 58 milioni di tonnellate nel 2000 a 109 milioni nel 2020, con previsioni di 145 milioni entro il 2030. La produzione di una singola t-shirt richiede 150 grammi di pesticidi e 2.700 litri d’acqua. Il 20% dell’inquinamento idrico globale è attribuibile a questi processi, e il lavaggio del poliestere rilascia 0,5 milioni di tonnellate di microfibre negli oceani ogni anno. La lentezza nell’aggiornamento delle linee guida dei brand e la lacuna informativa nella comunicazione pubblica aggravano ulteriormente la situazione. E tutto questo, insiste Manco, trova riflesso nella comunicazione della PA. Comunicazione che, come se non bastasse, ha un competitor che definire aggressivo è davvero eufemistico. Manco si riferisce al fenomeno del greenwashing e della sua relazione privilegiata con i social media, connubio al quale andrebbe opposta una contro-comunicazione altrettanto efficace.
Il fenomeno del greenwashing è particolarmente problematico nel settore tessile, dove i brand adottano un’immagine ingannevole di responsabilità ambientale per fini di profitto. Il riciclo, sebbene fondamentale, non è una soluzione unica: processi come quello meccanico indeboliscono le fibre, mentre il processo chimico è costoso e comporta l’uso di sostanze pericolose. Pertanto, è necessario un approccio olistico, sebbene l’attuazione dell’action plan per l’economia circolare della Commissione Europea proceda lentamente. La PA, pertanto, ha un ruolo chiave: la comunicazione istituzionale deve essere trasparente e completa, non limitandosi a indicare lo smaltimento, ma spiegando in cosa consista l’intero processo e l’importanza del riuso.
“I social media amplificano la cultura dell’usa e getta attraverso termini come unboxing, mega haul e dupe, che, unitamente a un linguaggio che fa comunità, spingono al consumo rapido e non regolamentato”, dice Manco. L’imperativo diventa così educare i consumatori a un acquisto consapevole, e la linguistica offre strumenti essenziali per decodificare questi messaggi impliciti e promuovere una comprensione più profonda della sostenibilità.
Pare chiaro, insomma, che la valorizzazione del second-hand e l’adozione dei principi di economia circolare non sono più fenomeni marginali ma espressioni di un processo di trasformazione dell’industria della moda. In questo contesto, sostenibilità, innovazione e comunicazione responsabile devono essere coniugate per affrontare le problematiche attuali. L’esperienza di ricerca-azione condotta grazie al sostegno di IFEL-Campania, attraverso la sinergia tra università, enti pubblici e realtà territoriali, ha dimostrato in modo concreto il potenziale nella creazione di modelli replicabili di sensibilizzazione e formazione. La collaborazione, inedita per le parti in gioco, ha permesso di esplorare le normative, coinvolgere gli studenti in attività laboratoriali e produrre proposte comunicative mirate a sensibilizzare la PA sul riciclo e la conservazione degli abiti usati. Guardando al futuro, è fondamentale continuare a sviluppare e rafforzare queste attività, diffondendo ulteriormente la cultura del riuso e costruendo una comunità sempre più attenta e responsabile nei confronti dell’impegno ambientale e sociale del nostro tempo. “senza ideologismi”, aggiunge Manco, che conclude: “Il mio punto di vista, come ricercatore, è laico. Il mondo è cambiato e la linguistica deve tenerne conto: oggi più che mai è una disciplina che può dare un contributo a temi di fortissima urgenza sociale. Le parole d’ordine sono rigore, ricerca scientifica ed etica. Il resto sono chiacchiere da bar”.



