Rubriche Culture digitali Alla fine, Truman Burbank preferisce la vita vera

Alla fine, Truman Burbank preferisce la vita vera

di Marco Alifuoco

Davide, Luigi e Mauro: “tre studenti napoletani vincono un concorso in America ma la scuola non ha i soldi per il viaggio”. Era questo il tono dei titoli dei giornali e di siti d’informazione che, alla fine dello scorso anno, portano all’attenzione di quella che una volta si definiva “opinione pubblica” la vicenda di tre ragazzi napoletani, studenti di un istituto tecnico industriale, vincitori, nientepopodimeno, di una competizione organizzata dal MIT, il prestigioso Massachusetts Institute of Technology, e dalla NASA, con un progetto di un programma per l’aggancio di un robot al satellite ISS, la stazione spaziale che ha ospitato Luca Parmitano e Samanta Cristoforetti.

In poche ore – alimentata su canali social dall’hashtag #mandiamolialMIT – parte una gara di solidarietà alla quale non si sottrae nessuno: istituzioni, giornali, commentatori. I ragazzi fanno il giro delle massime istituzioni del paese: rappresentati del Governo, imprenditori e giornalisti se li contendono, pronti a metter mano al portafoglio per assicurare ai tre la possibilità di andare a Boston per ritirare il prestigioso premio del MIT. Intervistati dai telegiornali nazionali preside e professore dell’istituto cominciano a delineare i contorni del problema: si tratta di spendere 6-7mila, forse 15mila euro per “poter stare una settimana a Boston”.

La redazione del Tg3 diffonde una nota in cui fa sapere di aver deciso “di coprire i costi della trasferta dei tre studenti che così potranno partire per gli Stati Uniti”. A metter la parola fine alla gara interviene la presidenza del Senato che all’Agenzia ANSA fa sapere di aver stanziato i fondi per le spese di viaggio ed il soggiorno. Foto, hashtag e post: tutto è bene quel che finisce bene. La narrazione è perfetta. Ci sono tutti gli elementi utili a confermare un quadro retorico di indubbia efficacia: i ragazzi geniali, la scuola povera, i buoni che arrivano in soccorso e salvano il merito. E poi: Boston, il MIT, la NASA, gli USA, il satellite, lo spazio. Chi avrebbe potuto sottrarsi a un quadro così perfetto di coincidenze narrative? Solo che…

…A pochi giorni dal “vissero, felici e contenti”: Boston, abbiamo un problema. Ops! Non si tratta ancora del ritiro del premio, ma dello svolgimento della finalissima. Vabbè, poco importa. Resta il problema che servono i fondi per mandare i ragazzi negli USA per giocarsi la finalissima. Ops due! In realtà non è vero che la scuola è già in finale, la quale, comunque, si tiene in Spagna, non a Boston. E poi arriva Luca, studente di un altro istituto piemontese, anche lui sta partecipando alla stessa competizione e spiega come funziona: il torneo si disputa tra studenti delle scuole superiori di tutto il mondo che si sfidano nella programmazione. Le finali consistono nel mandare dei codici di programmazione per la Stazione Spaziale Internazionale, una cosa che, in pratica, si può fare anche senza andare dove è stata organizzata la finale. È tutto scritto sul sito del torneo. I tre ragazzi geniali non hanno vinto e nemmeno sono arrivati secondi nella classifica finale: hanno superato una prima selezione insieme ad altre 84 squadre, molte delle quali italiane. E comunque si tratta della finale per le squadre europee che si svolgerà ad Alicante, in Spagna, non al MIT di Boston.

A velocità spaziale la situazione si ribalta. “Oggi, la notizia che nessuno avrebbe mai voluto sentire: la denuncia che stava alla base di tutta questa catena, è in realtà una bufala”. “Gigantesco fraintendimento o astuta mossa per recuperare i fondi per un soggiorno a Boston? Al momento non è dato di saperlo, ma resta la grossa delusione di un intero Paese”. Nel tritacarne mediatico finiscono i vertici dell’istituto scolastico che balbettano precisazioni fantasiose, chiosando – in vista di possibili attenuanti generiche – con la precisazione che la scuola “non ha ancora ricevuto un soldo”.

L’accusa è precisa: l’istituto ha “diffuso, e accettato che venissero diffuse, informazioni sbagliate sul concorso, senza smentirle o ritrattarle quando hanno incontrato grande diffusione sui media”. Immancabilmente, il Ministero dell’Istruzione fa sapere di aver avviato un’indagine sul caso. In attesa dei risultati dell’indagine la sentenza arriva impietosa: si tratta di una bufala. Ora non resta che trovare i colpevoli. La catena di solidarietà, che si era velocemente costruita, si ricompone a senso inverso. In un attimo tutti quelli che avevamo postato, twittato e linkato gioiosamente, si sfilano. Le istituzioni scaricano ai media che passano la palla ai vertici della scuola che tirano in mezzo i professori: tutti insieme, inevitabilmente, mettono sul banco degli imputati i tre ragazzi geniali.

Davide, Luigi e Mauro: ragazzi che hanno messo in piedi una bufala. Ragazzi un po’ troppo vivaci: vabbè, non lo fate più. In fondo si tratta di una bravata. Addirittura, qualcuno evoca la celebre bufala del falsi volti di Modigliani, fatti ritrovare a Livorno da un gruppo di ragazzi negli anni ’80, che ingannarono per settimane critici d’arte ed esperti. Insomma, si può archiviare come una bravata. Semplice, no?

Ma il punto è un altro. Il punto sono i volti. Si, i volti di questi ragazzi: stupiti, spaesati. Sparati davanti alle telecamere, prelavati a scuola da pompose auto blu che li portavano nei palazzi istituzionali, fotografati accanto a politici, giornalisti e conduttori tv. L’espressione dei tre ragazzi geniali era quello di uno spaesato stupore: ma che succede? Di più, uno dei tre, al microfono di un telegiornale lo dice proprio: “non capiamo quello che sta succedendo, noi non abbiamo chiesto niente…”.

Insomma chi l’ha costruita questa storia? Non ci vuole molto, basta ripercorrere la catena. Magari si parte dal protagonismo di un docente alla ricerca di qualche soddisfazione mediatica: ragazzi, stiamo partecipando ad un competizione internazionale, conosco un giornalista che può darci una mano, ma parliamo con la preside. Arriva il giornalista della rete, quello che è venuto a fare il corso sui new media, il quale ci mette un attimo a chiamare il collega che lavora in tv, che a sua volta in un momento passa la storia all’autorevole giornalista della carta stampata, il quale ci scrive un bel pezzo sui problemi della scuola, non prima di aver sentito l’opinione dell’autorevole docente universitario, il quale, noblesse oblige, non può fare a meno di stigmatizzare la mancanza di fondi per la ricerca. È in un attimo che l’ufficio stampa del politico locale, letta la storia, immagina di fare un po’ di websurfing postando una bella foto con i ragazzi geniali. Il web manager del politico nazionale non è da meno. In un batter d’occhio si passa dai banchi dell’istituto tecnico a quelli del Senato, passando per un po’ di ospitate televisive cui la preside non può sottrarsi, magari dopo un’improbabile permanente.

I tre ragazzi geniali vengono inghiottiti dalla loro storia. Di volta in volta i personaggi che incontrano, nella loro dimensione sociale – studio, politica, comunicazione, etc – amplificano la vicenda, mettendoci ognuno del proprio. Ma nessuno si ferma a parlare con loro, a chiedere informazioni sulla competizione che li avrebbe portati al MIT. Tutti sono interessati ad inserirsi nella narrazione, senza merito e senza entrare nel merito.

Ognuno ci mette del suo. Ognuno alimenta la storia dei tre ragazzi geniali. L’alimenta e se ne alimenta. Ci sarebbe voluto un attimo a verificare sul sito della competizione quale fosse realmente la situazione. Ma chi avrebbe dovuto farlo? In questa storia, giornalisti, professori, politici, burocrati invece di utilizzare internet per verificare le informazioni, per approfondire, l’hanno utilizzata per rappresentare loro stessi all’interno della vicenda. Un banale caso di strumentalizzazione arricchita dall’aggravante tecnologica.

D’altro canto i presupposti per caderci c’erano tutti. I paradigmi retorici della storia dei tre ragazzi geniali non sono discutibili: i giovani, per di più meridionali, la tecnologia, la scuola senza soldi, i fondi alla ricerca, etc.

Ci vuole un attimo perché la nostra società scateni i suoi miti e le sue mitomanie, alimentati dalle proteine della tecnologia e dei social. Solo che, da storie come questa, emerge chiarissima la frattura sempre più profonda tra la realtà della vita di tutti i giorni vissuta dai giovani e la narrazione favolistica che viene utilizzata per raccontare i giovani. Gli adulti, utilizzando maldestramente social e mezzi di comunicazione, si appropriano indebitamente della vita dei giovani, raccontando un mondo di miti: start up, vittorie senza fatica, colpi di genio, bitcoin, invenzioni, algoritmi, facili arricchimenti. Un mondo senza valori, ma soprattutto un mondo senza realtà.

Sullo sfondo resta l’inutilità di continuare ad alimentare un modello dialettico in cui si confondono il merito e il bisogno, grazie al quale si tratta il primo con gli strumenti del secondo e viceversa. La scuola deve essere in grado di mandare tre ragazzi a Boston, ma anche di accendere i riscaldamenti quando arriva l’inverno.

Alla fine i colpevoli, tra virgolette, sono i giovani. Sono i tre ragazzi geniali ad aver partorito la bufala. Una gigantesca fuga dalla realtà, nella quale i giovani vengono strumentalizzati ad uso e consumo di adulti che non hanno tempo. Tempo per spiegare, per accompagnare, per raccontare che, magari, il lavoro non è solo fare una startup, che la società si è complicata e che oggi la divisione del lavoro sociale si gioca su scala mondiale. E che, però, non bisogna avere paura di impegnarsi, giorno per giorno, con lo studio, con il lavoro; che, soprattutto, è propria una società complessa come quella odierna che offre maggiori opportunità per realizzare le proprie aspirazioni e le proprie passioni.

Anche perché, alla fine, Truman Burbank si accorge che è un set, e preferisce la vita vera.

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