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La Didattica a distanza e la nuova normalità nell’Università: opportunità da cogliere, errori da evitare.

di Gianluca Luise*

Già da anni, le tecnologie digitali hanno trasformato in profondità la vita quotidiana di molti di noi, così come il modo di lavorare, fare affari, interagire con gli altri. La crisi pandemica e il confinamento obbligatorio hanno sicuramente aumentato la percezione diffusa che le tecnologie digitali stanno diventando essenziali, anche nei modi di apprendere e nelle modalità di trasmissione del sapere. L’utilizzo forzato della tecnologia ha inciso notevolmente sulla didattica nell’università in Italia, portando a riflettere su quale e quanta parte di studio può essere svolta da casa o comunque a distanza con profitto e quali attività richiedono necessariamente la presenza e su quanta dell’esperienza maturata fin qui sarà utilizzata anche in futuro e quale sarà la “nuova normalità” nel campo della didattica universitaria. Il dibattito è in corso, aperto dalle nuove prospettive che la Dad ha introdotto per lo studio nelle università italiane e non solo.

L’università italiana, infatti, nell’ultimo anno e mezzo ha attraversato, come tutti gli altri settori del nostro tessuto socio-istituzionale, un periodo di inaspettata emergenza e di necessario e profondo adattamento nelle sue forme quotidiane. La crisi pandemica ha, infatti, riportato alla luce l’importanza cruciale della didattica: una delle missioni date per scontate e trascurate in molti Atenei italiani. Sin dal primo lockdown, la Dad ha richiesto un importante sforzo gestionale e personale. Non solo i docenti, ma anche il management ed il personale tecnico e amministrativo delle Università si sono trovati, dall’oggi al domani, ad allestire soluzioni mai sperimentate in precedenza, trovandosi a dover familiarizzare con strumenti fino a quel momento troppo poco utilizzati. La necessità e l’urgenza di affrontare la “crisi” ha evidenziato una insospettabile capacità reattiva delle Università italiane e di gran parte del suo corpo docente: nel giro di poche settimane, come dimostrano le ricerche svolte sul tema, tutti gli atenei sono riusciti ad assicurare la continuità online delle attività didattiche, le lezioni e i programmi sono stati svolti integralmente, gli esami e le tesi sono stati tenuti regolarmente e gli studenti frequentanti non sono diminuiti. E, come in tutte le crisi, la reazione ha prodotto un’importante funzione di disvelamento, facendo emergere non solo le fragilità dei sistemi sociali, ma anche elementi – talvolta insospettati – di resilienza, flessibilità e capacità reattiva.

Tale gestione ha mostrato con chiarezza quanto distante sia l’università reale dall’università fittizia immaginata nei dibattiti pubblici; spesso imprigionati in stereotipi e rappresentazioni inerziali che risalgo a molti decenni fa. Questo vale in particolare per la didattica accademica, molto più dialogica, interattiva e collaborativa di quanto in genere si ritenga. Ciò nonostante, è inevitabile dover riflettere anche sulle fragilità e sui lati problematici evidenziati dalla crisi e che ci riportano al presente e a quello che potrebbe essere il futuro. Perché, sebbene le risposte creative e i meccanismi generativi abbiano consentito di intraprendere strade diverse da quelle del passato per rispondere all’emergenza, è indubbio che quanto vissuto fin qui ha prodotto anche degli importanti effetti negativi da tenere in considerazione. Innanzitutto, si è prodotto un forte stress e un sovraccarico di lavoro su strutture tecnico-amministrative e su un corpo docente in forte carenza di organico e già gravato dalle innumerevoli incombenze burocratiche introdotte dalle varie riforme. In secondo luogo, le notevoli difficoltà legate al deficit di formazione dei docenti universitari, sia sulla didattica in generale sia sulle nuove piattaforme tecnologiche. In terzo luogo, e come conseguenza dei due punti precedenti, il drastico impoverimento delle modalità didattiche che l’emergenza ha comportato, al di là delle migliori intenzioni dei docenti e dei notevoli sforzi fatti dai nostri atenei.

Va quindi necessariamente fatto un bilancio, che tenga conto delle numerose esperienze positive da salvare e valorizzare, così come di quelle negative da marginalizzare. Il punto è, a mio parere, che la Dad rappresenta qualcosa di ben diverso dalla didattica in presenza – così come dall’e-learning – e non può rappresentare una semplice riproposizione online di lezioni pensate per una platea studentesca in presenza. Il rischio in questo caso sarebbe quello di cadere nell’errore di fornire un modello di didattica legato al passato, di tipo trasmissivo, simbolizzata dalla cosiddetta “lezione cattedratica”, una lezione frontale che relega lo studente in una posizione di ascoltatore, stereotipo oggi molto distante dalla didattica effettivamente praticata nelle aule universitarie.  Per l’aula, infatti, le lezioni più efficaci devono essere costruite sulla base di un metodo “collaborativo-innovativo” in cui la trasmissione delle conoscenze va di pari passo con il contributo fornito dagli studenti non solo all’interpretazione e rielaborazione delle informazioni ricevute, ma anche alla loro trasformazione in competenze personali. Si tratta di una didattica fondata sull’interazione tra docente e discente e tra gli studenti stessi. Oltre ai lavori di gruppo, questa strategia comprende spesso anche modalità di discussione e valutazione peer-to-peer, attività mirate sulle competenze trasversali e lavori volti a stimolare la creatività e la capacità di problem solving degli studenti. Del resto, le lezioni e la quotidianità universitaria sono fatte per molta parte anche di socialità, di un confronto continuo che arricchisce e garantisce crescita personale e in termini di competenze tanto negli studenti quanto nei docenti, risultati particolarmente ardui da raggiungere “a distanza” attraverso uno schermo che mostra per lo più iniziali e semplici fotografie, rendendo impossibile comprendere le difficoltà ed il grado di partecipazione degli studenti e rischiando di demotivare gli stessi docenti.

Tale metodo, dunque, non può essere assolutamente riprodotto in forma uguale in modalità Dad, nemmeno attraverso le piattaforme più aggiornate. Rappresenta un sistema differente, diverso nella sua essenza e nelle sue modalità, che non ha la stessa resa, né per gli studenti né tantomeno per i docenti. Ciò spiega perché una delle esperienze più negative di questi mesi sia stata la cosiddetta didattica blended, immaginata per perseguire un parziale riavvicinamento alla normalità, basata su una parte di studenti in presenza ed una parte di studenti collegati online che ascoltavano la stessa lezione tenuta dal docente in aula. Un tentativo che ha prodotto risultati pessimi per tutti i soggetti coinvolti.

L’esperienza dunque sembra prospettarci una risposta chiara: la Dad è una modalità didattica specifica che ha bisogno di strutture tecnologiche adeguate sia per i docenti sia – tema troppo spesso sottovalutato – per gli studenti, di modelli pedagogici ideati per le sue caratteristiche e che prevedono percorsi complessi ed esclusivi come quelli ideati dalle università telematiche già da molti anni oramai.

Le “tradizionali” università italiane dovrebbero continuare a basarsi sul presupposto che la didattica in presenza è insostituibile, che è le loro vera forza e che fa la differenza con le università telematiche. Una didattica che dovrà essere fortemente arricchita dall’esperienza maturata nell’utilizzo di nuovi strumenti e nuove forme didattiche che possono rappresentare un aiuto importante per molti studenti che non possono accedere alla didattica in presenza ma che possono rappresentare un arricchimento anche per quanti abbiano la fortuna e la possibilità di frequentare le aule universitarie. Le nuove tecnologie possono aiutare a far maturare e consolidare le “buone pratiche” di innovazione didattica già presenti nelle aule universitarie. Molte di queste innovazioni, infatti, anziché sostituire la didattica in presenza, possono arricchirla agevolando forme più interattive e collaborative di didattica: un ambiente formativo integrato in cui la didattica in presenza venga arricchita da strumenti e attività formative online quali condivisione di materiali integrativi didattici, test di verifica, prove intercorso, ricevimento studenti e laureandi online, agevolando così anche studenti fuorisede e lavoratori. Ma per far questo, è necessario che anche in questa direzione il nostro sistema Paese sia disposto a fare uno scatto in avanti: le università italiane hanno bisogno di un piano nazionale per il digitale. Ciò richiede non solo un adeguato programma di investimenti sulle dotazioni infrastrutturali delle università e degli studenti, ma anche una specifica attenzione dedicata alla formazione didattica dei docenti.

Come ogni crisi, anche questa ci offrirà la possibilità di uscire rafforzati e con strumenti innovativi, ma dovremo essere attenti a non cadere in trappole che potrebbero mettere in discussione le nostre più autentiche modalità di trasmissione del sapere.

*Docente di Storia delle istituzioni politiche Università degli Studi di Napoli Federico II

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