di Lucia Serino
Ci ricordiamo tutti un’estate che probabilmente non esiste più.
Era un tempo lungo, quasi infinito. Cominciava con la chiusura delle scuole e sembrava non dover finire mai. Le giornate erano scandite dalla luce più che dall’orologio. Si usciva la mattina e si rientrava quando il sole era già calato, senza che nessuno pronunciasse parole come “allerta meteo”, “ondata di calore”, “bollino rosso”. Il caldo faceva parte dell’estate, ma non la dominava.
Forse è la nostalgia che modifica i ricordi. Oppure è il clima che, davvero, è cambiato sotto i nostri occhi.
Oggi l’estate è diventata una stagione diversa. Più corta nella percezione, più estrema nelle temperature. Le cronache raccontano settimane consecutive di caldo record, incendi, siccità, mari sempre più caldi, città dove attraversare una piazza nelle ore centrali della giornata diventa un piccolo esercizio di resistenza fisica. Paradossalmente, la stagione che dovrebbe invitare a vivere all’aperto ci costringe sempre più spesso a cercare rifugio negli spazi climatizzati.
Qualche decennio fa Bruno Martino cantava “Odio l’estate”. Era una malinconia sentimentale, la storia di un amore finito sotto il sole. Oggi continuiamo a sentire “odio l’estate”. Ma non si tratta di sentimenti. Riguarda il nostro rapporto con il clima, con i territori, con il modo in cui li stiamo trasformando.
È in questo scenario che cambia anche il significato del turismo.
Per molto tempo abbiamo misurato il successo di una destinazione contando gli arrivi, le presenze, gli alberghi pieni. Indicatori ancora fondamentali, naturalmente. Ma non più sufficienti. Perché un territorio può attrarre milioni di visitatori e, contemporaneamente, diventare meno vivibile per chi lo abita. Può diventare famoso nel mondo fino a rischiare di essere schiacciato dalla propria notorietà.
La Campania conosce bene questo paradosso. Pochi territori possono contare su un patrimonio simbolico altrettanto potente. Pronunciare nomi come Capri, Costiera Amalfitana, Sorrento, Pompei significa evocare immediatamente un immaginario globale. Sono luoghi che appartengono alla geografia del desiderio prima ancora che alle mappe. Ed è proprio questo il punto. Quando una destinazione diventa un’icona mondiale, la sua gestione smette di essere un fatto esclusivamente locale. Ogni scelta amministrativa produce effetti molto più ampi del territorio comunale. Ogni decisione sulla mobilità, sui servizi, sui rifiuti, sull’uso dello spazio pubblico, sulla regolazione dei flussi turistici, sulla tutela del paesaggio contribuisce a costruire – o a compromettere – la reputazione internazionale di quel luogo.
L’overtourism nasce in posti come questi. Non come colpa dei turisti, ma come squilibrio tra capacità di accoglienza e pressione esercitata su un territorio fragile. Fragile dal punto di vista ambientale, innanzitutto. Ma anche infrastrutturale, urbanistico, sociale.
È una fragilità che riguarda le coste, sottoposte a fenomeni erosivi sempre più evidenti; i piccoli comuni che vedono moltiplicarsi la popolazione durante l’estate; i sistemi di trasporto chiamati a sostenere picchi di domanda straordinari; la gestione dell’acqua, dell’energia e dei rifiuti in una stagione nella quale gli effetti del cambiamento climatico diventano sempre più intensi.
Per questo il turismo sostenibile è prima di tutto, una questione di governo. E di pubblica amministrazione.
Negli ultimi anni anche l’Unione europea ha progressivamente modificato il proprio approccio. Dal Green Deal europeo alla Strategia europea per il turismo, fino agli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e al principio del “Do No Significant Harm”, che orienta ormai l’utilizzo delle risorse europee, emerge una visione chiara: la competitività dei territori non può essere separata dalla loro resilienza ambientale e sociale.
I fondi della politica di coesione, il FESR, il Fondo sociale europeo, i programmi dedicati alla transizione ecologica e digitale, così come gli interventi del PNRR, offrono oggi agli enti locali strumenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. Ma nessun finanziamento, da solo, produce sostenibilità.
Servono amministrazioni capaci di pianificare. Di raccogliere dati. Di conoscere i flussi turistici quasi in tempo reale. Di investire nella mobilità sostenibile, nella digitalizzazione dei servizi, nella gestione intelligente delle risorse naturali. Di coordinarsi oltre i confini amministrativi, perché il turista non conosce i limiti tra un comune e l’altro.
La sfida, in fondo, è culturale perché significa passare dall’idea di promuovere un territorio all’idea di prendersene cura.
Le immagini delle file interminabili davanti agli imbarchi per Capri, delle strade della Costiera Amalfitana congestionate, dei centri storici saturi durante l’alta stagione raccontano un successo straordinario. Ma ricordano anche che ogni successo porta con sé una responsabilità.
La vera sfida, dunque, non consiste nell’avere più turisti. Consiste nel fare in modo che chi arriva trovi un territorio migliore di quello che avrebbe trovato senza quella presenza. E che chi quel territorio lo abita possa continuare a riconoscerlo come casa.


